piero percoco: la cognizione del colore

| danilo giaffreda

Lo ammetto, prima che Angelo Milano ne organizzasse una mostra monografica nella neonata galleria del suo Studio Cromie a Grottaglie, non ero a conoscenza del lavoro di Piero Percoco. E, ad aggravare la mia posizione, aggiungo che sono tra quelli – presi in giro dallo stesso Angelo in un post su FB – che, una volta viste le sue fotografie, hanno pensato che sì, in fondo, “avrei potuto farle anch’io”. Poi, travolto dalla vergogna per essermi fatto anche solo attraversare da quel pensiero, mi sono armato di pazienza e ho guardato con occhi diversi. E’ stato allora che ho visto ciò che a una prima, frettolosa ricognizione m’era sfuggito. E cioè che le fotografie di Piero, al di là dei soggetti più o meno disturbanti e dei colori più o meno sgargianti e violenti, sono tutte attraversate da una grande energia, da una forza segreta che prorompe dalla carta o dallo schermo, da una tensione materica più o meno accentuata, più o meno palesata, più o meno dichiarata. Piero sente e coglie e trasmette nelle sue foto l’energia che attraversa i corpi e le cose, anche quando i primi sono caduchi e i secondi solo apparentemente abbandonati o dimenticati. Che si tratti di un muscolo, di una piega di carne prossima al tracollo, di una mano o di un braccio o di un corpo che stringono altre mani altre braccia e altri corpi, di ventri seni e organi sessuali collassati ma orgogliosamente esibiti, di capigliature trattenute a stento in fazzoletti copricapo di fortuna o di una tenda sulla spiaggia che improvvisamente – attraversata dal vento – si gonfia, di un palloncino stretto tra un palo della luce e una rete di recinzione, di una finestra spalancata, dello sfregio che fa vibrare e sussultare un’immagine di Gesù e un cartello stradale deformato che suggerisce nuove e inimmaginate direzioni, ad attraversare la materia c’è la vita, c’è un afflato, un’energia invisibile ai più ma non a lui che ne è attraversato a sua volta e sa come fermarla, come immortalarla per farcela vedere, sentire e percepire con prepotenza. E’ questo a rendere unico, differente e distante il suo lavoro da quello di altri fotografi che certamente lo hanno ispirato e suggestionato. Penso a Diane Arbus e ai suoi soggetti disturbanti, a Cindy Sherman e alle sue cromie sature e somie tragicomiche, alla street photography di Joel Meyerowitz e alla sua capacità di saper congelare l’attimo rendendolo epico e immortale e, ultima e non  meno importante, nonché  riferimento dichiarato, alla concentrazione sul dettaglio e sull’espressività del colore di William Eggleston. C’è uno sguardo benevolo e accondiscendente in quelle immagini crude di piccola e grande umanità, di piccole e grandi deformità, di sguardi beffardi e prepotenti, di vanitosa esibizione nonostante la prossimità alle scadenze della vita. Non c’è tono accusatorio, non c’è furia investigativa, non c’è indagine sociologica ma una altrettanto umana e simmetrica predisposizione a capire, a comprendere e, nel caso, perdonare. Tranne in un caso, quello dove il lancinante, il tragico, l’impellenza di urlare prendono il posto della semplice, lucida e acuta testimonianza cui ci ha abituati: l’ulivo che brucia è il simbolo di una terra, la sua, la mia, la nostra, che rischia di perdere per sempre i suoi connotati, la sua identità, la sua vera e profonda essenza. Ha fatto bene Angelo Milano a convenire con Piero sul titolo di una mostra che è stata e continua ad essere l’evento artistico dell’estate e che ha aperto occhi, cuori e menti sul lavoro di uno straordinario testimone del nostro tempo e della nostra caducità: la Puglia Cruda è una una ferita sanguinante che va suturata con urgenza.

 

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