il senso di specialty pal per il caffè
Specialty Pal è irrotta nella mia vita al momento giusto, quello in cui, come mi era accaduto anni prima con il vino, ero arrivato ai ferri corti con il caffè. Quello in cui, stanco di caffè bruciati, di caffè amari, di caffè trangugiati in fretta e con bustine intere di zucchero per attutirne i difetti, di caffè – insomma – ingollati più per abitudine che per piacere, ero tentato di farne definitivamente a meno. E’ stato allora che, fatalmente, sul mio feed di Instagram è apparsa lei, con i suoi occhioni sgranati, i suoi spiegoni sul caffè, il suo irresistibile intercalare il serio con il faceto di termini dialettali tarantini a me ben noti. All’inizio ho pensato a quanto fosse abile, da brava influencer, a mischiare marketing e casalinghitudine, informazione e intrattenimento, vita pubblica e vita privata. Poi, lentamente, risucchiato da quel vortice di reel e storie infarcito di close up facciali, mal di pancia e tempi teatrali, mi è apparsa finalmente chiara la sua vera skill: la familiarità. Valentina Palange, in arte @specialty_pal, è l’amica di famiglia, la ragazza della porta accanto, autenticamente vera, talmente vera da risultare disturbante per chi, specie in quel campo minato che è oggi il mondo del caffè, non vuole mettere in discussione dogmi e accettare contraddittori. La sua sincerità ha fatto breccia nel mio proverbiale scetticismo e mi ha permesso di conoscere ed entrare in empatia col mondo degli specialty coffee, mi ha spinto a cercarli nei miei incessanti viaggi di lavoro e aiutato – così – a ribaltare le mie (in)certezze sul caffè e ad apprezzarlo finalmente come merita. Grazie a lei ho scoperto la differenza tra un caffè americano e uno all’americana; capito cos’è una french press e cosa si intende per cupping; imparato che i chicchi di caffè vengono estratti da una specie di ciliegia rossa e che prima di essere tostati sono di un bellissimo punto di verde; che anche per il caffè, come per il tabacco o la marijuana, esiste il grinder; che per preparare correttamente una moka c’è un vero e proprio disciplinare che non ammette empirismi e pratiche ataviche e che dietro gli specialty ci sono – come per i vini veri – personaggi, paesaggi, riti e reti virtuose. Ma, soprattutto, sono giunto alla convinzione che bere un caffè buono, pulito e giusto – per dirla alla Carlin Petrini – è un atto di amore e di rispetto verso noi stessi, il nostro corpo, la nostra salute e che non possiamo più continuare ad accontentarci di imbevibili ciofeche se non abbiamo tempo, voglia e pazienza di prepararci o cercare nelle nostre città un caffè autentico. Questo libro, a metà tra un j’accuse e un manuale di sopravvivenza per veri amanti del caffè, scioglie dubbi, spiega tecniche, illustra ricette, descrive con dovizia di informazioni il lungo, appassionante viaggio del caffè dal mondo al banco del bar e spazza via come un benefico vento di tramontana l’aria ammorbata da fake e pregiudizi sulla bevanda più affermata e consumata dell’universo. Racconta, insomma, bene e una volta per tutte, il caffè che avremmo sempre dovuto bere e che non abbiamo mai osato ordinare.
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