effetto giorno, effetto notte

| danilo giaffreda

Seduto a un tavolo extra-long in legno di quercia levigato dal tempo e dall’uso, sorseggio beato il mio “caffè macchiato in tazza grande” e sospendo lo sguardo sul verde ordinato e profumato sul perimetro della corte invasa dal sole. Sono da Sirani, a Bagnolo Mella, il regno di Nerio Beghi, e tutto questo si chiama armonia.

Ho appena finito di gustare avidamente una pallina, una sola, di gelato al caffè con lime, mandorle tostate e fave tonka ma, se solo avessi potuto, avrei divorato volentieri tutti i gelati preziosamente custoditi in carapine, come nelle gelaterie d’antan. Pochi gusti, dagli abbinamenti azzardati: “crema, fragole e capperi di Pantelleria”, ma anche – probabilmente siderale – semplicemente “crema”, che non ti è dato vedere, ma che devi semplicemente immaginare, vagheggiare e infine, rischiando anche un po’, definitivamente scegliere.

Così come avrei saccheggiato la teca simil-gioielleria della pasticceria mignon, da dove ammiccano micro-capolavori dal cesello fine e studiata cromia: macaron d’ogni colore, crostatine ai frutti proibiti, cannoncini alla crema e ogni altra proibizione assoluta per chi, come me, faticosamente smaltiti cinque chili d’ingombrante e intollerante sovrappeso, deve rendere dolorosamente conto, ogni mattina, all’odiata bilancia.

E che dire, ancora, delle caravaggesche cornucopie preziosamente stipate in un’altra teca, ancora simil-gioielleria, funamboleschi equilibri di raffinatezza, colore e consistenza, ikebana di zuccheri, glasse, impalpabili veli, volute e arabeschi di pasta reale, frutti, fiori e bacche del paradiso privato di Sua Maestà Nerio, a cui non a tutti è consentito accedere?

Da questi, ovviamente, per i motivi sopraelencati, ancora una volta mi escludo, consentendomi soltanto, attraverso lo sguardo pieno di cupidigia, di anelare per attimi davanti a questi piccoli paradisi che, nel corso della giornata, si volatilizzano e non vengono più rimpiazzati per precisa e fiscalissima volontà autorale che assicura, a uno sguardo serale sulle teche laconicamente vuote, la consapevolezza di uno strepitoso successo, faticosamente raggiunto ma meritatamente tributatogli.

photo elena apostoli

E’ oramai estate e questo spiega, a quest’ora tarda, la luce opalina del crepuscolo che insiste piacevolmente sopra le nostre teste respingendo ancora per poco l’oscurità delle tenebre. E la corte, oggi deserta e invasa solo dagli effluvi delle piante aromatiche, è animata dagli avventori della sera, quando la bottega dei dolci supremi chiude e si servono invece pizze, singolari, insolite, à la Siranì, e questa provocazione è davvero stimolante perché, abituati alle vette dolci, si fa fatica a pensare come verrà risolto questo piatto tanto amato dagli italiani.

Il posto, inutile dirlo, è glamour, e lo sfoggio di lini stropicciati, di borse vagonate e griffate, di cosce e polpacci torniti e levigati e ambrati, è ad alto tasso di distrazione, ma la “zuppetta di pomodoro” approdata nel frattempo in tavola, riporta rapidamente l’attenzione nei giusti ranghi. Fresca, sapida e conciliante, è uno dei pochi piatti – “le pappe da mangiare se bene vuoi iniziare”, come titola la carta – che introducono timidamente al tema della serata e l’ho scelta per procrastinare l’incognita pizza e scetticismo d’obbligo.

Com’era facilmente immaginabile, quella che arriva in tavola “non è una pizza”, ma una torta barocca, sontuosa, morbida e croccante al tempo stesso, un tripudio debordante di materia prima d’alto rango: tonno rosso di Carloforte, burrata d’Andria, pomodoro e bottarga di tonno sulla pizza, pre-tagliata in comodi tranci e, in mezzo al piatto, come se non bastasse, una dadolata di tonno crudo marinato, pomodorini Pachino d’intenso profumo e, ancora, petali di tonno sott’olio, di consistenza e sapore tali sa fare piazza pulita di qualsiasi idea vi siate fatti, in lunghissimi anni di frequentazione, del tonno sott’olio.

Le proporzioni di questa che, per correttezza e rispetto nei confronti del suo autore, il mai sufficientemente lodato Nerio Beghi, continueremo mio malgrado a chiamare “pizza”, sono pantagrueliche e, da soli, si fa veramente fatica a dare fondo al piatto. Poi, però, penso che da Sirani non capita di passare tutti i giorni e che, questa sera, per quant’é bella la sera, per quant’è bello ‘sto posto e per quant’è  buona ‘sta pizza, forse vale la pena di allentare le briglie (la cinta) e darsi “anim’e core” a questo sacrificio.

Sirani, Via Antonio Gramsci 5, Bagnolo Mella (BS)

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