once we were warriors

| danilo giaffreda

Camminavamo a testa alta. Fendevamo l’aria con passo sicuro. Percorrevamo strade che ci parevano praterie. Ci tuffavamo, incoscienti, in mari sconosciuti e profondi. C’innamoravamo di amori impossibili. Volevamo cambiare, scardinare, capovolgere e stravolgere. Bruciavamo nel sole e sotto il sole senza sentire nè dolore nè calore. Correvamo sino a sentirci sfiniti, ansimanti, col cuore che ci scoppiava in petto. Salivamo sul primo treno sul primo binario senza sapere dove ci avrebbe portato. Ci interessava il viaggio, non la meta. Credevamo a un fiore, a un sorriso, a un viso. Abbandonavamo e venivamo abbandonati, senza mai disperare o disperarci. Ogni volta più forti e più sicuri. C’inebriavamo di vino cattivo e di fumo molto buono. Lottavamo. Ci colpivano. Cadevamo. Ci rialzavamo. Sempre. La strada era la nostra palestra, la notte la nostra casa, il mare il nostro orizzonte. Ci nutrivamo di libri, poesie, parole e musica. Consumavamo concetti, pensieri e idee. Progettavamo mondi nuovi a nostra immagine e somiglianza. Poi, all’improvviso, qualcuno ha cominciato a inciampare e poi a cadere. Qualcuno è scomparso, qualcun altro ci ha provato ma non c’è riuscito. Qualcun altro ancora si è perso per strada voltandoci le spalle. Eravamo tantissimi, siamo rimasti in pochi. Prima a bisbigliare, poi definitivamente muti. Ci siamo separati. Abbiamo continuato a pensarci e a pensare. Non ci siamo mai traditi. anche se le tentazioni sono state tante. Ci siamo scritti, tanto. Fiumi di parole. L’anno che sarebbe venuto doveva essere migliore, ma alla fine era sempre lo stesso. Abbiamo viaggiato tanto per capire e abbiamo capito sempre meno. Abbiamo continuato a leggere senza più capire. L’aria, quella che fendevamo sicuri, si è fatta spessa. Si è fatta muro. Ci abbiamo sbattuto contro e ci siamo fatti male. Per la prima volta abbiamo provato dolore. Abbiamo imparato a piangere. Abbiamo messo a nudo il nostro cuore, i sentimenti, i pensieri, i sogni e i desideri. Qualcuno ce li ha rubati, nottetempo. E poi ci ha raccontato che non servivano più, perchè quel mondo che credevamo di poter costruire a nostra immagine e somiglianza qualcun altro, nel frattempo, più veloce e scaltro di noi, se l’era costruito secondo i propri piani, interessi e convenienze e l’aveva chiamato progresso, civiltà, futuro. Siamo rimasti a guardare, increduli, convinti di poter ancora cambiare, scardinare, capovolgere e stravolgere. Poi s’è fatto tardi. Troppo tardi. Aspettiamo ancora un segno, un segnale, uno squillo di rivolta per poterci unire e ricominciare. Ma i segni, i segnali, gli squilli sono solo quelli di uno smartphone che ti tiene in scacco e ti illude, raccontandoti menzogne a cui sei costretto a credere per rimanere ancora sveglio.

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