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per stefano bonilli

| danilo giaffreda

L’ultima volta l’ho visto a Milano al Congresso di Identità Golose dello scorso febbraio. Massimo Bottura, prima di esordire con il suo intervento come al solito sold out, si è sincerato pubblicamente che fosse presente in sala, e solo allora ha iniziato il suo ennesimo e irresistibile viaggio nel futuro. Come dire: se si parla di gastronomia e di futuro, Stefano Bonilli era ed è imprescindibile. Molti, invece, prescindevano spesso e volentieri da lui e questo ha depauperato tantissimo negli ultimi anni il dibattito sull’evoluzione della comunicazione enogastronomica. Tanto depauperato che lui stesso, stanco di parole nel vuoto, aveva deciso e lanciato in rete qualche tempo fa l’idea di un convegno sullo stato dell’arte dell’editoria di settore e l’entusiasmo, di solito sempre molto latente, è finalmente esploso con sua grande soddisfazione e, immagino, con il suo bel sorriso finalmente schiuso a diradare dispiaceri, stanchezza e un po’ del suo snobistico scetticismo.

Oggi che Stefano è partito per il suo ennesimo viaggio, questa volta senza ritorno, non so se quel convegno si riuscirà a fare. Certo, chi si occupa seriamente di comunicazione enogastronomica e ha iniziato in qualche maniera mosso dalle sue sollecitazioni, provocazioni, magnifiche intuizioni e talvolta ossessioni, glielo deve.

Io per primo glielo devo.

Glielo devo perchè ho iniziato a guardare al mondo del cibo e del vino con occhi diversi leggendo i suoi editoriali, lucidi e affilati, sul Gambero Rosso.

Glielo devo perché ho iniziato a scrivere di cibo e vino pensando a lui, a un suo potenziale giudizio, ai suoi eventuali commenti.

Glielo devo perché, grazie a Maurizio Cortese che mi ha scoperto in rete e ci ha presentati, sono riuscito a entrare dalla porta principale in un mondo che fino al giorno prima mi sembrava remoto e irraggiungibile e riservato a pochi eletti.

Glielo devo perché mi ha sempre fatto scrivere liberamente e senza filtri tutto quello che avevo da dire sulla gastronomia nel senso più ampio del termine e non strettamente specialistico.

Glielo devo perché, pur avendo un approccio poetico con la scrittura, mi ha sempre noverato tra i “suoi” autori, senza farmi mai sentire “pseudo” o “aspirante”.

Glielo devo perché con pochi, pochissimi altri, ho avuto il piacere di parlargli per ore senza mai annoiarmi, senza sentire il desiderio di interromperlo per contraddirlo, senza avere l’urgenza di fuggire – come sempre più spesso mi accade –  per non sentire banalità, luoghi comuni e lamentele.

Glielo devo perché il più bel ricordo con lui è stata una mattina intera trascorsa a parlare di progetti, di futuro, di tecnologia, di rete, di un mondo tutto da scoprire seduti in un vicolo della sua Roma che tanto amava e detestava, circondati da un traffico incessante di auto, furgoncini, motociclette e biciclette che, come per incanto, non vedevo e non sentivo.

Glielo devo perché, se oggi continuo a essere un folle visionario, devo ringraziare anche un po’ lui.

Buon viaggio, Stefano.

photo Elisia Menduni

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