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lettera a un futuro cuoco

| danilo giaffreda

E’ a te che penso  quando assisto al circo Barnum del food che schiamazza e deborda dai maxischermi delle TV, dai monitor dei pc, dai palcoscenici dei cooking-show.  Eserciti di presentatori, food-expert, food-journalist, food-blogger che giudicano, pontificano, benedicono o condannano a convenienza, cianciano, cincischiano nei piatti che i tuoi colleghi amorevolmente preparano quando partecipano a eventi, sagre, contest, reality, convegni, simposi, degustazioni, cene a quattro sei otto dieci mani in cui, come in un’orgia,  non si capisce chi, cosa, ma soprattutto perché.

Sei stordito, confuso, illuso. Il mondo fuori dalla tua scuola corre troppo velocemente e altrettanto velocemente brucia e inganna. Spesso coinvolto come addobbo in quelle manifestazioni che intasano sempre più l’agenda dei food-addicted d’ogni specie e classe, guardi ma non capisci. Ascolti distrattamente l’esperto di turno che sgrana come un rosario la sua inutile prosopopea fatta di nomi, luoghi e storie che tra le mura della tua aula non sono mai arrivate e mai arriveranno. Cerchi di capire e carpire, ma a chi ti sta davanti interessa tutto tranne che comunicare.

Il pensiero vola a Cracco e per un momento t’illumini. Poi pensi alle patatine e ti adombri. Le poche certezze vacillano, ma non demordi. Ti illudi che, una volta uscito da quella scuola, affastellando qualche stagione e nel migliore dei casi un breve stage stellato, sarai in grado di aprirti un ristorante, diventare uno chef di successo, ambire a sottrarre a Cracco la farcitura delle patatine o a trattare male quelli come eri tu una volta in qualche talent di successo.

Ma, a meno che tu non sia al tempo stesso un talento ai fornelli e un imprenditore nato o sufficientemente ricco e spensieratamente cinico da sperperare senza rimorso i risparmi di una vita dei tuoi genitori, presto ti dovrai ricredere, tornare sui tuoi passi, ricominciare da zero.

Ricominciare da tutto quello che non ti hanno insegnato o pensavi che non fosse necessario imparare. Andare a bottega, ripartire dai fondamentali, scalare umilmente tutti gli step dell’apprendistato, dimenticare feste comandate, fidanzate e scorribande giovanili, osservare e rubare tecnica e ricette, conoscere e amare ogni singolo ingrediente, visitare le cucine dei colleghi che ritieni più bravi di te, non scimmiottarne maldestramente i piatti, non misurare il successo dal numero di stelle conquistate o di apparizioni televisive o di like o di tweet, cucinare non solo per ambizione ma per il cliente che oltre il pass paga per sognare, perché ciò che veramente conta non è tanto quello che i food-expert, i food-journalist e i food-blogger scriveranno più o meno sapientemente, più o meno sinceramente, più o meno in buona fede, di te, ma il giudizio di quel cliente, il suo apprezzamento, il suo sorriso, la felicità che gli darai per una sera, il suo ritorno, il passaparola – l’unica vera, autentica, proficua recensione – che farà di te tra amici e conoscenti.

Sarà un percorso lento, lungo, accidentato, pieno di insidie, alti e bassi, sconfitte e scoramenti, ma non arrenderti. Come per tutti i mestieri fatti per scelta, convinzione e passione, il tuo sarà il mestiere più bello del mondo, e anche se lo hai scelto come ultima chance, perché pensi di non avere altre attitudini o predisposizioni, non sentirti sconfitto in partenza. Far da mangiare è un grande e generoso atto di amore, e di gente bisognosa di amore è pieno il mondo. Perché il mondo sarà il teatro dove ogni giorno darai il migliore spettacolo possibile davanti alla migliore platea che tu possa meritare.

Ma se questa lunga e silenziosa attesa, questa umiltà, questo saper piegare la testa e andare avanti, questo docile resistenza non t’interessano, non insistere. Molla. Subito. E cambia strada.  Senza rimpianti. Avrai lasciato più spazio ai sogni di un tuo collega e a qualche sorriso in più per noi. Perché, oltre che di amore, è di quello che abbiamo tanto bisogno. Credimi.

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