paura di volare

| danilo giaffreda

Non sono esterofilo. Amo il mio paese, visceralmente. Ma quando sono all’estero, nei paesi cosiddetti evoluti, in quell’occidente dove progresso economico e civile vanno sempre di pari passo, realizzo quanto il mio, al contrario, sia tutto ripiegato su sé stesso ad analizzarsi l’ombelico o, nel migliore dei casi, ciò che gli sta immediatamente intorno.

Guardo i sobborghi di Londra, la campagna gentilmente antropizzata, e non vedo recinti, muri di confine, fili spinati e lance acuminate. Vedo siepi, bassi steccati, finestre sinceramente trasparenti, senza scuri, persiane, tapparelle, chiusure blindate. Non vedo bulbi oculari artificiali collegati a sofisticati sistemi di allarme a loro volta collegati con centrali di polizia. Tutto inutilmente, come ben sappiamo.

Dov’è la paura che, invece, ci attanaglia e ci angoscia e ci fa temere come nemico ogni altro o diverso da noi? Lo sguardo viaggia sereno dalla strada verso la campagna, si perde nell’infinito, come una volta da noi. Nelle case la luce entra copiosa finchè c’è e dalle case si domina l’intorno, si partecipa alla vita, la si condivide con gli altri, senza filtri, barriere, cortine. Perché qui si continuano a produrre e utilizzare chiusure trasparenti e facili all’intrusione, nonostante le ossessioni che ci vengono restituite puntualmente in film più o meno memorabili? Perché vedo ragazzini meno che adolescenti salire con le loro biciclette sul mio treno senza balie, baby-sitter, genitori in apprensione?

Scendo in metropolitana, entro in carrozza, e ci trovo tutto il mondo, tutte le classi sociali, il bancario accanto all’operaio che ha appena finito il suo turno di lavoro, il lavapiatti sudamericano accanto alla signora reduce dallo shopping e onusta di borse griffate. Tutti silenziosamente insieme senza radiografarsi, senza guardarsi in cagnesco, senza scostarsi furtivamente per evitare il minimo contatto fisico come vedo purtroppo spesso fare in metrò a Milano.

Passeggio per le strade di Londra, quella downtown, e vedo luci accese e vita pulsante dietro le finestre senza segreti, anche ai piani rialzati, delle straordinarie case vittoriane e georgiane. Non hanno paura che qualcuno spari loro addosso, non temono che qualcuno violi la loro privacy sbirciando in quei quadretti familiari. Tanto a nessuno interesserà distogliere lo sguardo dalla strada, dall’i-pad, dall’i-phone, dal giornale, dai libri, dal proprio corso della vita, dal proprio lento fiume dell’esistenza che scava il suo alveo nel mondo, per spiare, indagare, giudicare e, infine, discriminare. Segregandosi.

Da noi ha vinto la paura, il terrore, la consapevolezza e, al tempo stesso, l’intolleranza dei propri limiti. La mancanza di up-grading sociale, l’incapacità di guardare oltre, nel futuro, in prospettiva, valicando confini e barriere ci ha segregato in recinti mentali dai quali facciamo fatica a evadere.

Il mondo corre, muore e resuscita ogni giorno. Noi, invece, ci stiamo lasciando morire lentamente.

Londra, primavera 2012

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