ogni cosa è illuminata

| danilo giaffreda

“Non ci siamo detti niente, in pratica”. Si congeda così, dopo tre ore di fitte chiacchiere, Mauro Bubbico, uno dei grafici contemporanei più importanti e incisivi d’Italia e uomo del Sud, nel senso più nobile del termine.

Non ama e non ha mai amato le convenzioni, i legacci, i legami, ma si riscopre, dopo anni di rifiuto della terra e della sua imprevedibile capacità di trasformare in un attimo la ricchezza in povertà più estrema, legato proprio alle radici più estreme della sua regione, la Lucania.

L’ho seguito a sua insaputa e nella mia totale e beata ignoranza per anni, ammirandolo e amandolo per la sua grafica rigorosa, luminosa, mediterranea: una manna, una beatitudine, un bagno purificatorio di bellezza e armonia in mezzo a uno sfacelo di decorativismo, massimalismo e becero provincialismo. I suoi manifesti sui muri di Matera attiravano la mia attenzione, placavano il mio occhio ferito dalla bruttezza quotidiana dell’ignoranza. Non ho mai cercato di capire chi ne fosse l’autore, mi bastava sapere che a Matera, la città da me più amata al Sud, la sua bellezza era capita e tradotta da qualcuno con animo sensibile e curioso. Qualcuno capace di fagocitare avidamente la sua storia e tradurla, con chiarezza, in segni grafici, in curiose e fantastiche creature strappate al mito e trasformate in linguaggio popolare, accessibile e intellegibile ai più, come sempre dovrebbe essere la grafica per definirsi tale.

Poi, un giorno, come epifania, un manifesto, rosso e perentorio, per le vie di Matera. Pane e pace, dice. Bianco lettering su fondo rosso. Efficace. Definitivo. Imperfettibile. Mi porta come filo di Arianna nel forno di Lucia Perrone e lì, in mezzo a tarallini, focacce, forme di pane e grissini, torno indietro nella memoria. Le immagini sedimentate si risvegliano, le sinapsi si attivano e quel nome finalmente esce fuori. Il concept – come lo chiamano oggi – è chiaro, lampante, inequivocabile. La cultura, attraverso un medium come Mauro,  prende un prodotto di eccellenza, consolidato nei secoli, lo interpreta al meglio e lo consacra definitivamente. Sembra facile, ma non lo è affatto. Pochi sanno come si fa.

Vado sulla rete, digito il nome, e tutto quello che ho archiviato per anni nella memoria sta lì, sgargiante nei suoi pochi ma efficaci colori, ricco delle sospensioni degli spazi vuoti, brillante e tagliente nella sua univocità. Penso a quello che esigo, dalla grafica, dalla comunicazione, quasi un’ossessione, e scopro che sta tutto lì, espresso come meglio non si potrebbe.  Lo cerco, è schivo. Gli faccio i complimenti, si schermisce. Minimizza la sua bravura, ma capisco che apprezza. Voglio sapere, vedere tutto quello che mi sono perso, rivedere tutto quello che ho già ammirato.

Mi parla degli anni a Firenze, dell’insofferenza al lavoro fisso, del ritorno al Sud, a Matera, della collaborazione preziosa e formativa con Mario Cresci, delle mostre importanti che si pensava avrebbero catapultato Matera nel futuro e poi la scoperta, bruciante, dell’immobilismo, della sospensione meridiana, del cambiare tutto per non cambiare niente, con dentro ancora tanto, tantissimo, da dire, fare e donare. Il dramma dell’intelligenza del Sud, insomma, quando decide di tornare e di rimanere.

Mi racconta dei suoi studenti, all’ISIA di Urbino, ora anche di quelli della Sapienza, delle idee e della freschezza e della curiosità dei giovani, del loro essere tabula rasa su cui scrivere e, forse, riscrivere l’armonia perduta. Bisogna ripartire dalla terra, mi dice, dall’osservazione degli alberi e della loro geometria perfetta per riportarla nelle discipline. Bisogna saper sfrondare, togliere, come nella potatura. Eliminare il superfluo e raggiungere l’essenza. E tutto questo bisogna saperlo raccontare, per non impoverirci, per non perdere nulla dell’antica saggezza contadina. Bisogna distillare, selezionare, salvare  ciò che veramente conta, aggiungo io. Ed essere spietati con la mistificazione, l’imbarbarimento, la presunzione figlia dell’ignoranza.

Abbiamo tante cose da dirci, le parole si accavallano, i pensieri si incontrano e si scontrano, ci si scusa in continuazione perché per la foga di dire ci si interrompe a vicenda. Poi si fa tardi. Il corso di Montescaglioso, questo strano baluardo di roccia a confine tra Puglia e Lucania, s’è spopolato di colpo. Anche se fa ancora caldo, è già autunno. E fa buio presto. Riprendo la strada di casa e penso che sì, è vero, non ci siamo detti ancora niente.

www.maurobubbico,it

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