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#offestival a catania: matteo monti, l’apparenza che inganna

| danilo giaffreda

A sentirlo citare il Pellaprat, autore di un fortunato manuale di cucina pubblicato agli inizi del secolo scorso, o lanciarsi in un’accurata e accorata dissertazione sulla cottura con il beurre noisette, la prima impressione è che qui, all’Offestival, evento di provocazione e di sperimentazione gastronomica al Fud Off di Catania, sia capitato per errore. Poi, però, basta scorgere con attenzione il menu della serata per realizzare che Matteo Monti, l’ospite del quarto appuntamento in calendario, altro non è che una di quelle finte acque chete che aspettano solo che qualcuno dia fuoco alla miccia per esplodere. Come definire altrimenti, se non pirotecnica, una sequenza di piatti che tra allusioni, ammiccamenti, citazioni e calembour trasuda sensualità e provocazione?

L’intesa con Valentina Chiaramonte, resident-chef e complice in cucina per l’occasione, è tale da far apparire nel menu della serata addirittura tre piatti concepiti e realizzati in ensemble e da annullare i confini che inevitabilmente, sinora, hanno marcato le proposte a quattro mani del festival. Si fa fatica a scovare differenze sostanziali e discontinuità, l’affiatamento e la sintonia sono tali da fa percepire le dieci portate come una lunga, articolata degustazione concepita da un’unica, fervida e florida mente capace di galoppare senza briglie tra classicità e provocazione, tradizione e tradimento, casalinghitudine e suggestioni esotiche, mare e monti, dolcezze e sapidità senza soluzione di continuità.

Una parmigiana di melanzane da succhiare con la cannuccia, un ceviche di ombrina e mango omaggio a Lorenza Fumelli, un cannolo decisamente equivoco dove una rorida salsiccia cruda sfratta impertinente la rituale ricotta, il tataki di tonno che flirta con la verza, la lingua che si avventura in un azzardato connubio con il gorgonzola e cozze e il carrè di vitello cotto ad arte in un serrato corpo a corpo con il burro spumeggiante, sono solo alcune delle tante, vertiginose salite e discese sottoposte al palato e al giudizio dei presenti.

C’è chi impazzisce e chi rimane interdetto, chi s’entusiasma e chi fa fatica a capire, chi vorrebbe un tovagliolo intero di anolini e chi ancora s’arrovella sul gambero con grappa e mascarpone. C’è chi fa la ola e chi si affanna a individuare un percorso, un senso, un perché. Che non arriva perché l’invito è proprio all’anarchia, alla destabilizzazione, a lasciarsi andare al mero flusso dei sensi e degli istinti.

Il pairing, questa volta affidato al giovanissimo e talentuoso  Nicola Onorato – dal Rebelot di Milano come Matteo Monti – in tandem come sempre con l’accomodante Domenico Cosentino barman di casa, ha colto nel segno conciliando l’esuberanza della cucina, evitando la prevaricazione, facendo un salutare e conveniente passo indietro. Nessun esibizionismo, quindi, nessun antagonismo, ma la scelta intelligente di abbassare i toni e i gradi alcolici, accompagnare anziché contrastare, blandire e rinfrescare ammorbidendo le asperità, gli eccessi e i contrasti, giocando sulle sfumature e attingendo a una vasta e insospettabile – per via dell’età –  cultura in materia di beverage.

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