francesco clemente a palermo

| danilo giaffreda

Se è vero, come dice, di non essere mai stato a Palermo prima, bisogna ammettere che poche altre volte il genius loci è stato così azzeccato e calzante. Palazzo Sant’Elia, nel ventre molle della città dove degrado e bellezza vanno a nozze, è il sipario perfetto per la prima volta di Francesco Clemente in Sicilia. Dalla spettacolarità del trittico Crown degli anni Ottanta alla prolificità della serie Tandoori Satori, dall’ambiguo trasformismo degli autoritratti all’affastellamento di memorabilia degno del miglior Savinio, tutto fugge dalle tele e trova sintonia e abbraccio negli intrecci barocchi degli affreschi dei soffitti, nelle maioliche acquarellate dei pavimenti, nelle allegorie delle decorazioni degli infissi.

E’ un dialogo armonico ed empatico con il carico di mistero, ambiguità, eclettismo ed erotismo della città e che si ritrova, intatto, nelle parole – profonde, precise e puntuali – delle note critiche di Achille Bonito Oliva, curatore della mostra, in apertura delle varie sezioni. Parole che spiegano, in maniera esaustiva e finemente colta, il background storico, filosofico, religioso e culturale che sottende l’opera dell’artista in tutte le sue espressioni e passaggi nodali, un’opera che cita e si nutre del meglio della cultura artistica occidentale del secolo scorso e attraverso lo sguardo vivace e sensibile dell’artista – disinvolto, spregiudicato e privo di filtri inibitori – si esprime in maniera originale, insolita e sempre felicemente spiazzante.

I sentimenti che accompagnano l’incanto del visitatore davanti alle grandi tele, ai mantra ipnotici di Tandoori Satori, all’occhio indagatore e penetrante dell’artista negli autoritratti, alla sensualità tantrica dei corpi intrecciati e fusi negli amplessi, all’adorazione per il corpo feticcio della donna madre amante sorella, alla nostalgia del mito perduto, sono molteplici, pulsanti e contraddittori.

Si va e si viene, si torna indietro a riguardare e osservare per tentare di recuperare il filo narrativo, ci si distrae tra le curve sulle tele e quelle degli affreschi, tra i colori mai troppo saturi dell’artista e quelli perentori e incisivi sui soffitti, ci si riflette in specchi che turbano e disturbano e si cerca pace, infine, nell’intervallo bianco e muto delle pareti.

Alla fine, all’uscita, la notte troppo precoce dell’inverno e la città lacerata dalle rovine sono il teatro perfetto dove mettere in scena le paure risvegliate e azzerarle poi nella catarsi. Se è vero, come dice, di non essere mai stato in Sicilia prima, è certo che, qui, a Palermo, Francesco Clemente tornerà spesso.

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Personale di Francesco Clemente
Palazzo Sant’Elia, Palermo
24 novembre 2013 – 2 marzo 2014

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