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la graffa

| danilo giaffreda

Diego Morelli. E chi se lo dimentica più questo nome? Posso essermi dimenticato di Pierino, il figlio del farmacista, che portava ogni giorno un panino talmente grande che faticava a tenerlo tra le mani. Posso non ricordare esattamente i disegni – dettagliatissimi – di motociclette che Gianni, seduto alle mie spalle, cesellava mentre il maestro spiegava l’aritmetica. O, ancora, fare fatica a ricordare a memoria le parole della canzone che Lamberto, il bello della classe, aveva portato e cantato allo Zecchino d’Oro con nostra sconfinata e mai sopita invidia. Ho cancellato perfino l’odore nauseabondo della cromatina – si chiamava così, allora, il lucido da scarpe – che i miei compagni affetti da onicofagia si ritrovavano ogni giorno spalmata sulle dita ad opera del bidello perché si togliessero definitivamente il vizio.

Diego Morelli, no. Non me lo sono dimenticato perché il suo nome sa ancora di zucchero, di lievito, di frittura, di crema pasticcera. E di caffè. Profumi netti, diretti, inconfondibili. Profumi di buono, di indimenticabile. Profumi rimasti nell’aria, sospesi, fissati per sempre e sempre pronti a venirti in soccorso nei momenti di buio, quelli che anche quando sei forte arrivano e ti stendono. Profumi da portarsi dietro e usare all’occorrenza, come gli antistaminici, gli ansiolitici e i gastroprotettori. O come un quadernetto degli appunti, quello segreto, quello dove in genere finiscono i pensieri, i ricordi, le idee, i suggerimenti di amici e conoscenti per viaggi che mai farai.

Il papà di Diego aveva un bar pasticceria, minuscolo, una sola vetrina con il bancone su strada e il laboratorio sul retro, con affaccio su un piccolo cortile. Niente tavolini e sedie, niente ombrelloni, di dehor e gazebi manco a parlarne. Che facesse caldo o freddo, che tirasse vento – l’insidioso scirocco o la gelida tramontana – o scrosciasse pioggia, lui era sempre lì, imperterrito e impeccabile nella sua divisa nera con camicia bianca, a preparare caffè e servire brioche e graffe. Le graffe. Li chiamavamo così i krapfen. Che origine avessero, come si facessero, quali fossero gli ingredienti e, soprattutto, quale magia stesse dietro a quella pallina di pasta che nell’olio crepitante cresceva e si dorava, ci era ignoto. Quel che è certo è che io e Massimo, mio cugino, spesso ci inventavamo una scusa per andare a studiare da Diego. O, almeno, così la raccontavamo ai nostri genitori, che accondiscendevano rassicurati dal fatto che, in fondo, eravamo a un isolato da casa  e non avrebbero dovuto cercarci chissà dove.

Sapevamo già che non avremmo studiato, che avremmo giocato tutto il pomeriggio a pallone e che, puntualmente, alle sette di sera, ci avrebbe investito quel profumo. Puntuale, suo padre si sarebbe affacciato sulla porta del laboratorio e ci avrebbe offerto su un vassoio le graffe appena tirate su dall’olio bollente, riempite di crema pasticcera densa e gialla e spolverate di zucchero. Due a testa, mica una. Non perfettamente rotonde, ma schiacciate ai poli, come la terra. Grosse, che al sud sulla quantità non si è mai lesinato. E grasse, morbide, elastiche. Dovevamo stare attenti alla crema, che schizzava via come niente, colava sulle dita e macchiava inesorabilmente maglia o pantaloncini. Poi le divoravamo, letteralmente, avidamente, un boccone dietro l’altro, senza pause. Un rito. Una cerimonia. Meglio, molto meglio dei biscotti e delle merendine che ci propinavano a colazione, figlie del benessere e del progresso, ammiccanti da quel carosello che ci irretiva e calava il sipario sulle nostre giornate prima di andare a dormire. Il profumo del lievito e della vaniglia, poi, si mischiava al profumo del caffè che dal bar alitava lieve verso il cortile ogni volta che dalla macchina veniva stillato un espresso. Non c’erano ipertesi, allora. Ulcere e gastriti erano malattie ancora ignote. Si consumava caffè incessantemente, a tutte le ore. Ogni occasione era buona per inventarsi pellegrinaggi al bar e venerare quella bevanda che sapeva di magico e di esotico. Allora non c’erano ancora i decaffeinati, i macchiati caldi e freddi, gli americani con acqua fredda a parte, i marocchini o gli espressini, come li chiamano dalle mie parti. Non c’erano ancora le creme di caffè, i nocciolini, i viennesi con la cioccolata sotto e il cacao sopra, i caffè caldi con latte freddo a parte, quelli ristretti, quelli lunghi e quelli macchiati in tazza grande, i macchiatoni. Il caffè era l’espresso caldo d’inverno o in ghiaccio d’estate. A noi ragazzi, però, era interdetto. Non avevamo ancora terminato le elementari e ci era vietato di assaggiarlo. Il padre di Diego su questo non transigeva. Potevamo tranquillamente sfondarci di graffe, rimpinzarci di colesterolo, rischiare coliti e indigestioni, ma sul caffè non c’erano margini di trattativa.

Io, però, non mi arrendevo, e per conquistarmi la mia piccola dose di caffeina quotidiana, la mia bandierina nel mondo inaccessibile e meraviglioso degli adulti, escogitai un baratto. Sapevo che mio padre era goloso come me, se non peggio, e che davanti alle dolcezze, di qualsiasi tipo, capitolava come niente. Spesso erano di natura femminile, che mi irritavano tantissimo e sulle quali preferivo sorvolare per non soffrire troppo, ma il più delle volte si trattava di cioccolatini, caramelle al mou, al caffè e alla liquirizia, croccantini alle mandorle, le rosse Rossana e ogni altro genere di conforto prêt-à-porter capace di alloggiare senza troppa evidenza nelle tasche di giacche e pantaloni. A smascherare – e penalizzare –  le indulgenze dei deboli non erano ancora arrivati gli stilisti e i profeti idioti dell’anoressia. La panza era sostanza, le linee confortevoli e confortanti, il grasso in eccesso un motivo di orgoglio dopo gli stenti e le privazioni della guerra e non, come oggi, una discriminazione sociale.

Sapevo come far capitolare mio padre all’insaputa di mia madre che, al contrario, salutista ante litteram, anticipava mode e idiosincrasie e alla linea ci teneva,  non mancando occasione di mortificarlo in tutti i modi. Sapevo che la graffa, quella riuscita sintesi di sacro e profano, quella peccaminosa sfera da espiare con padrenostri e avemaria, sarebbe stata certamente di suo gusto e che per averla al mattino, di nascosto da mia madre, insieme al caffè, non avrebbe faticato ad accontentarmi. Sapevo che buon sangue non mente e che, scartata mia madre per palese discrasia, solo lui potevo mettere sotto scacco per riuscire ad assaggiare l’agognato caffè.

Decisi di iniziare a rinunciare alla solita doppia razione di graffe per mettermene una da parte e portarmela via. Quando il padre di Diego se ne accorse me ne chiese il motivo e quando gli spiegai che mi piacevano talmente tanto che avrei voluto averne una anche a colazione anziché accontentarmi di biscotti e merendine plasticose, decise di venirmi incontro e mentre suo figlio e mio cugino erano intenti a giocare, provvedeva a infilarmi nella cartella, ben impacchettata, una terza graffa. Non ho mai saputo perché lo facesse. Era generoso, certo. Era anche molto contento che spesso andassimo a trovare Diego per fargli compagnia e non lasciarlo solo ad annoiarsi in pasticceria. Credo, però, che  – sotto sotto – gradisse in modo particolare i miei apprezzamenti sulla sua bravura, sulla sua passione per quel mestiere, sulla sua capacità di concentrare in una graffa tutta la sua esperienza. Era un artista e, forse, se avesse potuto, avrebbe preferito esprimersi in una grande pasticceria e non essere costretto a misurare i passi nei pochi metri quadrati del suo bar. Quel che è certo è che così riuscii a guadagnarmi, senza soldi e senza destare sospetti, la merce di scambio con mio padre, l’arma per corromperlo e guadagnarmi così l’ingresso nel paradiso degli adulti.

Una mattina chiesi a mia madre di potergli portare io, al suo posto, il caffè. M’inventai che volevo esserle utile, che ero diventato grande, che volevo iniziare a collaborare alle faccende di casa. Non fu difficile. Mia madre non aveva l’istinto della vestale, lo spirito della geisha, la propensione al sacrificio per il suo uomo. Raccolsi sul percorso dalla cucina alla camera il pacchetto che avevo accuratamente nascosto dalla sera precedente e davanti al letto, con la tazzina in una mano e la graffa nell’altra, pronunciai solennemente le parole che mi ero preparato e mi frullavano in testa da giorni: “Buongiorno papà. Insieme al caffè ti ho portato qualcosa che ti piacerà molto. E’ un segreto che rimarrà tra noi ma, in cambio, tu ne terrai un altro. Mi farai assaggiare, senza che nessuno lo sappia mai, un po’ del tuo caffè. Il primo sorso o l’ultimo, come preferisci.”

Lo presi in contropiede. Troppa dolcezza tutta insieme. Il caffè. Un figlio, il più piccolo, che glielo portava a letto. E la graffa che, nel frattempo, aveva saturato l’aria di profumo e rischiava di mandare tutto all’aria. Senza proferire parola, prese il dolce e lo divorò in un attimo. Poi, riconciliatosi con il mondo, disse: “Ti lascio l’ultimo sorso. E’ il più buono, perché sul fondo si deposita sempre lo zucchero”.

photo Rossella Neiadin

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