il ventre molle di catania

| danilo giaffreda

Piazza Duomo, a Catania, è sogno barocco di eleganza e rigore, è armonia granitica e immobile nonostante le fughe delle prospettive, è gioco di quinte bianche e grigie intorno a un obelisco-ombelico con tanto di elefante a darti le coordinate.

Ma il barocco, si sa, è effimero, nulla è come appare, e allora basta spostarsi di qualche metro verso la Fontana dell’Amenano ed ecco che, come l’acqua del fiume che da sottoterra vede la luce e poi si butta in mare, l’architettura di colpo si scioglie e diventa carne, sangue, vita.

Il ventre molle che si spalanca brutale e inatteso alle spalle della città severa, verso il mare, è la Piscaria, il mercato del pesce di Catania, carne marina d’ogni specie, taglia e taglio, che si unisce impunemente ad altra carne, quella terragna, sui banchi delle vie intorno a Piazza Pardo.

Uno spettacolo ai limiti della pornografia, mercanzia degna del miglior voyeur, godimento e lussuria per carnivori impenitenti, un’orgia dei sensi vorticosa e stordente. Gli occhi che si saturano del colore predominante, il rosso, quello della carne e quello dei tendoni che proteggono dalla luce che esplode violenta dagli squarci di cielo tra un telo e l’altro. Le narici che si dilatano al profumo intenso del mare e si deformano in smorfie all’odore acre e pungente delle interiora estratte dalle carcasse ed esposte come gioielli su nudi marmi bianchi. Le mani che vorrebbero essere quelle dei macellai e dei pescivendoli che si agitano senza sosta, sciacquano, tagliano, sventrano, grondano sangue e poi descrivono arabeschi nell’aria invitandoti a tàliare, prima, e accattari, immediatamente dopo. La voce dei venditori che è nenia, cantilena, poi esortazione vivace, improvvisamente urlo, qualsiasi cosa attiri la tua attenzione anche a rischio di ipoacusie per eccesso di decibel.

Guardi, ascolti, annusi e tocchi e, alla fine, oramai incontenibile, vorresti assaggiare, divorare tutto, anche crudo, persino l’argentea masculina da’ magghia – le acciughe che rimangono impigliate nelle maglie delle reti – ancora saettante in bacinelle di acqua di mare.

Ma Catania non è Palermo, non puoi distrarti con pane e panelle, non puoi sedarti con lo sfincione, non puoi doparti di stigliole e meusa. Alla Piscaria non puoi distrarti con seppur golose digressioni. Quello ti rimane da fare, a quel punto, è non tentennare oltre e infilarti in una delle ottime trattorie che si affacciano intorno al mercato e bearti, finalmente, a tavola e all’ombra, di tutto il bengodi di cui ti sei riempito gli occhi e il cuore.

La luce del sole, nel frattempo, fattasi finalmente morbida e docile, si sarà tuffata nel mare appena oltre gli archi della Marina. Quello stesso mare di cui, mangiandolo, ti sarai sicuramente innamorato.

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