francesco guccione: naturale siciliano

| danilo giaffreda

Ci vorrebbe una fine capacità psicanalitica per scavare nella storia breve ma intensa da imprenditore di Francesco Guccione. Una storia di geniali intuizioni, di successi, e poi di interruzioni. Per poi ripartire, da zero, sempre e con più forza. Quasi una inconscia distillazione progressiva verso il meglio. Ascoltarlo narrare – schivo – le sue vicissitudini è come avvicinare una lente d’ingrandimento al suo cuore  e ai suoi battiti per poi allontanarla, senza mai capire veramente sino in fondo.

Già, capire. Forse è proprio questo che non bisognerebbe tentare di fare, con Francesco. Bisognerebbe, invece, lasciarsi andare alle emozioni, quelle che già ti prendono lasciando l’inferno urbanistico di Palermo e lanciandoti sui viadotti vertiginosi che portano a San Cipirello, in contrada Cerasa, la sua terra. Prima la cupezza aspra e quasi alpina subito dopo il bivio di Altofonte, poi il respiro largo e profondo del cuore della Sicilia più autentica: vallate che si srotolano tra un rilievo e l’altro, nuvole che si rincorrono, la progressiva assenza degli errori e degli orrori che funestano le coste.

L’ultima, nuova cantina dove nel 2012 Francesco Guccione ha ripreso a fare vini – solo suoi, finalmente – è l’antitesi esatta della fiera delle vanità e dell’esibizionismo a cui il mondo del vino ci ha mal abituati negli ultimi dieci anni: nessuna sala per il wine-tasting, nessun cenno di design e/o architettura d’autore, niente grotte o vecchie cantine voltate in mattoncini, nessuna traccia di sofisticati sistemi di analisi organolettiche. Niente. Solo l’essenziale, quello che serve per ricominciare a fare vini a propria immagine e somiglianza, senza sovrastrutture, distrazioni e spese insostenibili. Una mezza dozzina di tini in acciaio, tre barriques in rovere alsaziano di un artigiano che pare si sia ispirato ai suoi vini per realizzargliele ad hoc, bottiglie impilate in perfetto ordine e incastro pronte per essere etichettate e cerate a caldo, carta paglia per avvolgerle prime di posarle nei cartoni – rigorosamente no name – e due fogli scritti a mano con gli ordini da evadere, appuntati a parete. Null’altro. Tutto qua?

No, c’è lui, che racconta un po’ a fatica il passato, ma s’illumina parlando del presente e di tutto quello che deve, vuole e c’è da fare. E poi ci sono, naturalmente, le vigne. Sei ettari. Le sue radici. Le sue vacanze da bambino nell’azienda agricola di famiglia a osservare tutto quello che c’è da imparare dalla terra, l’attaccamento progressivo a quel mondo, a quelle abitudini, ai ritmi delle stagioni, al silenzio, agli spazi, a quell’aria rarefatta dove ogni tanto s’insinua lieve e profumato il salmastro del mare lontano.

Quell’aria, quegli spazi e quei profumi che la terra restituisce per osmosi alle piante e quindi all’uva per farle poi esplodere nel vino. A saperlo fare, naturalmente. Sei le etichette: il Nerello Mascalese, il Trebbiano, il Catarratto, il Perricone, il Rosso di Cerasa e un blend – come usa dire oggi – di Nerello e Perricone. Sedicimila bottiglie in totale. La piccola, coraggiosa produzione del 2012 appena messa in circolazione, con un successo in lenta ma inesorabile crescita e un entusiasmo tra gli addetti ai lavori e agli appassionati che è già culto.

Non sono ancora riuscito a berli tutti. Vorrei centellinarmeli nel tempo per ritrovarci le immagini e le parole fissate e memorizzate durante la mia visita in Contrada Cerasa. Con il Trebbiano ho accompagnato il cenone di fine anno, come augurio per me e per lui, e ha tutto quello che ci si aspetta da un bianco Made in Sicily, ma all’ennesima potenza. La frutta e i fiori, naturalmente; il sole e la luce, abbaglianti, ma anche un’insolita e spensierata bevibilità nonostante una spiccata tendenza alla liquorosità tipica di molti vini isolani.

Il Perricone, invece, ce lo siamo divisi a tavola, com’era giusto che fosse, evitando la consueta e un po’ anonima degustazione in cantina. La tavola di Z’alia, una piccola trattoria di provincia, ferma nel tempo, con piatti semplici e autentici e un clima di rilassatezza ormai quasi estinto. La seconda casa di Francesco, a cena, quando non ha voglia di cucinare o nei giorni di lavoro intenso in vigna. Un pranzo dove le parole – facili e fluide – si sono mischiate lievi ai tannini decisi ma gentili, le affinità di vedute a una morbidezza fuori dal comune,  la naturale empatia a una persistenza poderosa tipica dei rossi importanti e blasonati. Un perfetto vino da convivio, da scioltezza, da sincera condivisione di momenti importanti, uno dei migliori rossi mai provati per me che non li amo svisceratamente.

Anche se interrotta più volte e suo malgrado, è una storia bella e importante quella di Francesco, e destinata a durare, perché sempre tesa all’essenziale, alla selezione, al togliere anziché aggiungere, a lasciare esprimere le sue vigne nella maniera più naturale possibile anziché intaccarle con le tentazioni del business e le scorciatoie della sofisticazione. Sono puri e sinceri i suoi vini, perché puri e sinceri  sono il suo lavoro in vigna, la passione che ci mette a governarla e la salvaguardia di una eredità morale e materiale a rischio di estinzione.

“We always go back to where we belong” canta Michael Stype in una delle canzoni più struggenti dei Rem. E mai come a Contrada Cerasa l’ho trovata più vera e profetica.

Guccione Azienda Agricola
Contrada Cerasa
90040 San Cipirello (PA)
091 6616686
347 2993492
francescoguccione.cerasa@gmail.com

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