e la chiamano estate

| danilo giaffreda

Un caldo non torrido ma soffocante che si trasforma improvvisamente in tempesta e sconquassa il cielo, i gas dell’area industriale che attanagliano e ottenebrano la città e i colpevoli che si sottraggono impunemente alle loro responsabilità, una giunta d’insostenibile leggerezza che non si riunisce e non delibera, una opprimente e destabilizzante rassegnazione al vuoto. Politico, amministrativo, sociale, civile, progettuale.

La città della bellezza e dell’orrore, del lieve e labile confine tra bene e male, dei due mari di cui uno malato e l’altro pure ma non si dice, della speranza e della rassegnazione, dell’indignazione e del menefreghismo, dell’entusiasmo e della depressione, della voglia di rimanere e di quella – più forte – di andarsene al più presto, del passato glorioso e del presente miserabile, della passione e dell’apatia, dell’azione e dell’accidia, dell’amore e dell’odio, vive così un’estate che ha strappato dai sogni e dalle speranze dell’inverno quelli – tanti – che, come e molto più di me, hanno marciato, scritto, discusso, urlato il disagio e la voglia di non morire, allontanato il pessimismo e sperato che quel fiume di società civile che ha occupato a dicembre le strade del centro e a maggio un parco miracolosamente strappato all’oblio fosse l’inizio della fine.

La fine dell’inquinamento, della prepotenza del potere, dell’ipocrisia, del voltare lo sguardo per non vedere, del tapparsi il naso per non sentire, dell’omertà, della connivenza, della prostituzione, della genuflessione, della corruzione, dell’illegalità, dell’impossibilità a immaginare un futuro che non sia solo e fatalmente malattia, morte, disoccupazione e impossibilità di sviluppo e alternative.

Di queste illusioni si sono alimentati l’inverno e la primavera, di poesia e di immaginazione si sono colorate le mie passeggiate in città vecchia per vedere, capire e cercare radici sepolte, di incazzature e scontri si sono animate le serate tra amici che sono diventati nemici, di profumi e fumi si sono saturate le narici, di riunioni e dibattiti e assemblee si sono riempite le giornate ascoltando visionari, eroi e sognatori, ma anche ciarlatani, opportunisti, capipopolo e voltagabbana.

Al primo caldo, tardivo ma feroce, l’energia, anziché esplodere, si è dissipata, ha preso le strade del mare e della rassegnazione, la protesta si è frantumata, le voci sono diventate dissensi, contrasti, opposizioni, gelosie e diverbi, la rete che aveva unito è diventata divisione, silenzio, distrazione, assenza. La chiamano estate ma è la stagione più triste che ci sia, quest’anno, per Taranto.

Non basteranno tarantelle, sagre e spettacoli, mojito e spritz, apericene e happy hour, notti di plenilunio e di mezza estate, amori di stagione e mari cristallini e altre brevi e crudeli illusioni di felicità e benessere a diradare la nebbia che torna a gravare, opprimente e puntuale, dopo ogni acquazzone. A diradarla servirebbe un miracolo, San Cataldo che getta il suo anello a Punta Rondinella e fa sparire un incubo che pare una maledizione. Se davvero accadesse, forse, riuscirei a ritrovare una fede, una qualsiasi.

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