Una volta, a badarci, c’erano le nonne, le zie, le mamme. L’alimentazione di figli e nipoti era appannaggio ancestrale delle donne, che con cura, meticolosità, attenzione alla materia prima e sapienza tramandata attendevano alle cucine, luoghi di attrazione e coesione, veri e propri gangli strategici per la salvaguardia e la conservazione della specie-famiglia. Ad alimentare questo mito hanno contribuito, negli ultimi anni, memorie autentiche e story-telling studiati ad arte dai maghi della comunicazione di tanti dei cuochi più sovraesposti mediaticamente. Non c’è nessuno, tra questi, che non abbia iniziato a districarsi tra dispense e fornelli grazie a una nonna o mamma maga in cucina, vestale dei fornelli, dispensatrice di ricette, consigli e ingredienti segreti. Avanguardisti, sperimentatori, innovatori, conservatori e talebani della tradizione paiono tutti uniti da un unico comune denominatore: il comfort-food dell’infanzia che cova sotto le braci per tornare poi prepotentemente a galla come passione, impegno, professione. Un concetto, quindi, di cucina come cura, amore e dedizione che oggi appare però sbiadito, appannato da ritmi e stili di vita diversi, accelerati, poco propensi all’attesa, alla pazienza, alla ricerca di prodotti sani e sostenibili, all’attenzione verso il prossimo, oppure riproposto in maniera mistificatoria da pubblicità accattivanti e ammiccanti il cui archetipo va ricercato nel geniale mulino bianco di qualche decennio fa ancora vivo e vegeto nonostante le tante ombre costantemente in agguato.

La cucina del focolare, la spesa che badava alla qualità  e alla salute, la ricerca quasi maniacale della bontà come esternazione di amore e di affetto, sono state sostituite dai cooking-show, dalle ricette scaricate dai food-blog, dal fast-food in agguato a ogni angolo della città, al junk-food della grande distribuzione e degli hard-discount che gioca ambiguamente sul concetto del “senza” (senza olio di palma, senza glutine, senza grassi animali, senza additivi, senza coloranti) e tace clamorosamente su presenze ben più inquietanti, quali il glucosio, il fruttosio, il mais transgenico, le farine raffinate e i tanti additivi chimici su cui l’ignoranza è ancora tanta e la paura incomprensibilmente poca.

Uno dei risultati di questa poca cognizione di quel che mangiamo (o, meglio, ingurgitiamo) è la diffusione sempre più esponenziale di intolleranze, allergie e malattie dell’apparato digerente e dell’intestino, su cui grava tanta confusione e poca informazione. Ci si auto-cura, ci si diagnostica come niente la celiachia, si diventa improvvisamente vegetariani, vegani, crudisti e fruttariani, mettendo a dura prova cuochi, medici, compagni di libagioni e, soprattutto,  quella specie superstite di addetti al rancio familiare costretti a dribbling rocamboleschi tra le millanta proposte edibili studiate da arte dalle lobbies del food che prima creano il mostro e poi lo sfruttano ad arte.

Tutto questo lungo e appassionato preambolo per dire che ha fatto bene e ha fatto centro ancora una volta Giuseppe Costa del Bavaglino di Terrasini a pensare, quest’anno, come tema del suo Terrasini Event Night, meglio noto come TEN, alle malattie infiammatorie croniche dell’apparato intestinale, sostenendo beneficamente l’Associazione A.M.I.C.I. Onlus, charity partner della manifestazione, che queste malattie le studia e le monitora guidando e assistendo coloro che ne vengono sempre più frequentemente colpiti,  e chiamando alle armi, in questa missione possibile, uno stuolo di prestigiose e affermate chef nazionali, tutte accomunate dall’essere insignite dell’ambita stella Michelin e tutte avvezze, per professione e per impegni familiari, a prendersi quotidianamente e incondizionatamente cura degli altri.

 

Dalla freschezza della tartare di manzo, limone e sedano croccante del patron della manifestazione all’anima mediterranea delle Alici in carpione, capperi canditi e salicornia di Martina Caruso del Signum di Salina; dalla rassicurante essenza delle Orecchiette al ragù crudo di Maria Cicorella del Pashà di Conversano allo spirito ludico del Caviale di Onano di Iside De Cesare del ristorante La Parolina di Acquapendente;  dall’esotico Ikebana di melanzana e sgombro marinato di Patrizia Di Benedetto del Bye Bye Blues di Palermo all’omaggio sincero e convincente alla Sicilia del Polpo, crema di patate acida e capperi di Giuliana Germiniasi del Capriccio di Manerba del Garda;  dal consolatorio e appagante Stracotto di bufalo, polvere di capperi, pomodorino confit di Rosanna Marziale del ristorante Le Colonne di Caserta alle esplosive (in tutti i sensi) Bombette piccanti di cinta senese, asparagi, cucunci e salsa di latte di Maria Probst  del ristorante La tenda rossa di Cerbaia; dalla materna casalinghitudine delle Manate rosse con alacce, burrata e fagiolini di Antonella Ricci  e Vinod Sookar del Fornello Da Ricci di Ceglie Messapica alla sorprendente Meringa e cucunci, mela verde e sedano di Edvige Simoncelli, pastry chef del ristorante Idylio by Apreda a  Roma; sino alla Bruschetta al contrario con ricotta alla brace, zucchina e menta e la frittella al dulce de leche con cremoso di anguria e gelsomino del resident chef Flavio Mannoia, il sentimento univoco, da un capo all’altro di un’Italia gastronomica eccezionalmente riunita per l’occasione, era quello della solidarietà, della partecipazione e della condivisione.

Per Giuseppe Costa, ideatore e organizzatore dell’evento; Giosuè Maniaci, sindaco del Comune di Terrasini; Vittorio Orlando, titolare del Sea Club di Terrasini, struttura ospite dell’evento; Salvo Leone, direttore dell’Associazione AMICI Onlus e il Dott. Ambrogio Orlando, responsabile Unità Operativa Semplice Dipartimento MICI (acronimo per Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali) degli Ospedali Riuniti “Villa Sofia-Cervello” di Palermo la soddisfazione è tanta, insieme alla consapevolezza che il TEN è sempre un punto di partenza e uno spunto di riflessione per un mondo migliore.