mercoledì, 23 gennaio 2019

Non ricordo più quanti vini ho assaggiato. Tra feste, cene, seminari e soste ai banchi di degustazione ho perso il conto di quelli un po’ timidi e scontrosi di cui ho mandato giù semplicemente un sorso e dei tanti, invece, di cui ho ingollato più e più calici, complici l’empatia e la facilità di beva.

Grazie a loro mi sono ritrovato di colpo in riva al mare di fronte a tramonti struggenti. Ho diviso tavolate senza fine con amici. Ho poltrito davanti a un camino acceso con lo sguardo perso nel fuoco. Ho centellinato nettari incollato a libri avvincenti. Ho solcato mari su caicchi ebbri di sole e vento. Ho condiviso la gioia di vendemmie generose. Ho attraversato il buio di antiche cantine inebriato da mosti in subbuglio. Ho travasato vini, sboccato champagne, tagliato bordolesi. Ho passeggiato tra vigne e uliveti stordito dal canto delle cicale. Ho raccontato e sentito raccontare storie di amori persi e ritrovati. Di amicizie rotte e ricostruite. Di sorrisi spenti e poi riaccesi. Ho avuto finalmente chiaro e apprezzato – come sempre meno spesso accade – il senso della vita.

Quando un vino è franco, cioè libero e sincero, senza condizionamenti, interferenze e modificazioni, sa farti vivere emozioni profonde, trasferire sentimenti, passioni e sogni di chi l’ha fortemente voluto e realizzato. Dietro ogni vino franco c’è una storia, una scommessa, una sfida caparbia, la fatica e la paura di chi pensa di non farcela e poi vince, la tensione all’eccellenza e l’accettazione dell’imperfezione. Intorno a un vino franco si coagulano speranze, si consolidano alleanze, si incrociano percorsi, si condividono scelte di vita, si accendono ribellioni.

 

Hanno fatto bene Manuela Laiacona, Giovanni Gagliardi, Stefania Milano e Franco Virga a mettere insieme e in gioco le loro esperienze, personalità e competenze per raccontare e celebrare i vini franchi in una manifestazione monstre che in Sicilia non aveva precedenti e che con eventi analoghi in Italia e in Europa concorre di diritto per bellezza dei luoghi scelti per esibirsi, freschezza di idee, originalità ed efficienza della comunicazione e pluralità di espressioni.

Già dalla scelta di una negazione come nome di battesimo, NOT rassegna di vini franchi esprime al meglio il senso e le motivazioni di chi questi vini decide di farli per sé e per gli altri: il no, il rifiuto, il divieto, il “preferirei di no” conradiano è contro il vino cosiddetto convenzionale, quello industrializzato, quello “costruito” in cantina e non curato in vigna, quello plasmato sui gusti addomesticati e anestetizzati, quello artefatto con sapienza da abili enologi sino a diventare piacione e conquistare, così, palati e mercati.

Certo, non è tutto oro, anzi rosso, bianco e rosato ciò che luccica. Come ha messo bene in evidenza Sandro Sangiorgi, colto e illuminato enogastronomo sostenitore dei vini franchi della prima ora, intervenuto in uno dei preziosi seminari organizzati per l’occasione, sulla scia di virtuosi anticipatori come Gravner, Cappellano, Rinaldi, Maule e Morganti sono stati in tanti, troppi, a cimentarsi con pratiche che non potevano essere solo ribellione e rifiuto di un sistema ma richiedevano anche studio, applicazione, esperienza. Il risultato sono stati vini sbagliati che non andavano imbottigliati, difetti scambiati per genuinità, fenomeni naturali sottovalutati e sfuggiti di mano.

Perché i vini franchi riescano a superare il rischio di apparire semplicemente un fenomeno – continua ancora Sangiorgi – è sempre più necessario acquisire competenze, ascoltare la natura e i suoi segnali, andare oltre scelte che siano meramente etiche e poetiche, considerare il vino non come un mezzo per emanciparsi nella vita, ma lo scopo. E fa niente se le guide  e le classifiche fanno fatica a classificare, valutare e premiare i vini naturali. A cambiare, per restituire loro la dignità che li contraddistingue e il valore che meritano, deve essere l’approccio nel giudicarli. Davanti a un vino franco non dobbiamo sentirci obbligati a dire qualcosa, a etichettare, a esprimerci per analogie e comparazioni, ma dobbiamo imparare ad ascoltarlo, comprenderlo a fondo nella sua complessità e singolarità, entrarci in comunione.

NOT, in questo senso, è un sasso lanciato nello stagno di un conformismo dell’anticonformismo, dell’enologically correct a prescindere, dell’autocompiacimento di una nicchia in cui si mescolano indifferentemente tensioni anarchiche e derive snobistiche. E’ un appello al ritorno alla ragionevolezza e alla coscienza del peso e della responsabilità che i produttori di vini naturali hanno nei confronti sia della natura in cui operano che dei clienti a cui offrono il credo e il risultato del loro lavoro.

L’augurio è quindi quello di ritrovare a ogni nuova edizione – intatti e immutati – l’entusiasmo, l’orgoglio e lo spirito di solidarietà che serpeggiavano tra i banchi di assaggio e fanno sperare che un lavoro che fa del rispetto e dell’amore per la terra e per sé stessi la propria missione diventi pratica diffusa e virtuosa tutto vantaggio di produttori e consumatori. Stay thirsty, stay NOT!

 

 

NOT

Rassegna dei vini franchi

Cantieri culturali alla Zisa

Palermo

12-14 gennaio 2019