venerdì, 8 giugno 2018

“Ora la mia testa era immersa in un piacevole stato onirico di ebbrezza. Non sapevo più in quale secolo mi trovassi, né mi importava. Ero privo di sensibilità dalla vita in giù, visto che la circolazione sanguigna verso le gambe era da tempo bloccata. I visi pesantemente dipinti e gli abiti delle mie compagne geishe, le spoglie pareti bianche e nere, il trenino di piattini con pietanze simili a gioielli, tutto si confondeva in una misteriosa area di narcosi tra mente e corpo dove tutto/niente importa. Sei consapevole che stai mangiando uno dei pasti più piacevoli della tua vita ma non ne sei più intimidito. La consapevolezza del tempo e della spesa vola via dalla finestra. Scompaiono le preoccupazioni delle buone maniere a tavola. Quel che succederà dopo, più tardi e perfino domani diventa insignificante. Diventi un passeggero felice completamente sottomesso a qualsiasi cosa accada, sicuro che in qualche modo l’universo si trovi in una disposizione particolarmente benevola e che niente possa distrarti o sminuire l’incanto del momento.”

In queste parole di Anthony Bourdain tratte dal suo libro “Il viaggio di un cuoco” ho trovato mirabilmente descritto, a un certo punto della mia vita di viaggiatore gastronomico, il pasto perfetto. Ne avevo un’idea, anzi più di una, frettolosamente appuntata su qualche taccuino, ma non ero mai stato in grado di definire con esattezza e con le giuste parole quello stato di ebbro abbandono che la concomitanza di un ambiente bello e confortevole, di un servizio preciso e premuroso e di una cucina eccellente riesce talvolta a determinare rendendoti felice e dimentico del mondo. Trovarle così perfettamente allineate, essenziali e definitive nel descrivere con precisione quello stato d’animo è stata per me un’epifania, la conferma di un amore iniziato con la lettura casuale di Kitchen Confidential e mai più interrotto.

I libri di Anthony Bourdain mi hanno aiutato molto a superare tante remore nel dire la mia su cuochi e ristoratori e la loro capacità di esprimere in maniera chiara, schietta e diretta esperienze e riflessioni comuni a me e a tanti altri protagonisti, appassionati e cultori di quel mondo ci ha reso immediatamente suoi proseliti.

Libri in cui tanti vecchi e giovani cuochi si sono ritrovati o hanno ritrovato brandelli delle loro vite, su cui hanno visto per la prima volta rappresentato con cruda sincerità e spietatezza il loro lavoro in cucina e trovato, finalmente,  il cantore coraggioso del loro inferno, l’eroe appassionato estremo sentimentale ed erotico della resistenza e dello sconforto dietro il pass, l’alfiere del riscatto, l’incarnazione  dei loro desideri, dei loro sogni e delle loro ambizioni.

Libri in cui tanti aspiranti narratori e viaggiatori gastronomici hanno trovato materia viva e incandescente, un lessico libero e anarchico, verità in forma di pugni e schiaffi, la voce della controcultura del backstage in antagonismo all’immagine patinata e imbalsamata della ristorazione.

Libri tra le cui pieghe c’erano anche cicatrici di ferite non sempre ben rimarginate. Il successo di poi, i viaggi, la televisione, l’essere ambito e conteso, il privilegio di scegliere e non essere più scelto, la vita intensa, veloce, l’ubiquità nel mondo, la confidenza con il potere e il potere stesso, non hanno mai cancellato i demoni del passato, gli abusi, gli abissi. Quelli li scacci ma poi ritornano. E chiedono il conto. Con gli interessi.

Non so quale demone in particolare, quale incubo, quale ossessione, quale tormento lo abbia abitato così insistentemente e così a lungo da fargli decidere, oggi, di arrendersi e licenziarsi dalla vita. Fatto sta che la sua capacità di aver saputo scorgere nell’esperienza del cibo la metafora della vita e quel suo modo di averla vissuta, quella vita, come esorcismo quotidiano contro la morte, lo spediranno di diritto tra i santi protettori del nostro sempre più fragile ruolo in quel bello e perverso mondo della cucina da lui così prodigiosamente e definitivamente raccontato.