“Se in un bosco troviamo un tumulo lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto un uomo. Questa è architettura”. Così scriveva Adolf Loos  nel suo famoso saggio pubblicato nel 1908  “Ornamento e delitto”, dando una definizione esaustiva e definitiva dell’arte a cui aveva deciso di dedicare la sua vita. Le stesse parole riecheggiano nella mia testa ogniqualvolta mi trovo davanti a un esempio riuscito di architettura, alla sua capacità di evocare e suggerire, di essere lì e non altrove, di saper parlare una lingua universale pur insistendo in un contesto dai forti caratteri distintivi.

 

Tra le tante architetture capaci di generare in me – simultaneamente -  rispetto, emozione e ammirazione ci sono le masserie, quei sorprendenti organismi architettonici  che puntellano le campagne pugliesi e ne scandivano un tempo (alcune lo scandiscono ancora) le stagioni e le trasformazioni, dal sonno dell’inverno al risveglio della primavera, dal fulgore dell’estate alla mitezza dell’autunno. L’architettura delle masserie, essenziale, elegante nel suo gioco minimale di volumi appena increspati da pochi, centellinati elementi decorativi, rispecchia lo spirito dei tempi in cui sono state concepite e realizzate: esprimono la necessità della difesa chiudendosi quanto più possibile all’esterno, contengono la pluralità e la completezza delle funzioni in risposta al loro carattere autarchico, rifuggono – per la gran parte – esercizi di stile ed esibizionismi  nel tentativo, spesso riuscito, di una osmosi totale con il paesaggio, la sua orizzontalità, la sua frugalità.

 

Sono scialbate di bianche, spesso, accese talvolta di rosso, di giallo o di azzurro quando ci si spingeva a denunciare rango e distinzione. Alcune sono state recuperate e trasformate in esclusive strutture ricettive con grande e comprensibile appeal sulla clientela internazionale, altre preservano e perpetuano la loro attività originaria aprendosi a forme sempre più diffuse e apprezzate di agriturismo, molte – purtroppo – sono state abbandonate e versano in uno stato di degrado che, se da una parte ne alimenta il fascino, dall’altro lascia costernati e increduli. Ma come? Tanta bellezza lasciata all’oblio, al declino, al silenzio?

 

Mi capita spesso, per lavoro, per curiosità, per nostalgia, di varcare le soglie di questi relitti e attraversare stanze, porte, salire e scendere per scale sconnesse e pericolanti, intrufolarmi in nicchie, sgabuzzini e sottoscale, calpestare guano e calcinacci, riemergere alla luce su terrazze da dove lo sguardo sconfina su uliveti, vigneti e muretti a secco sino alla linea azzurra del mare. Non c’è tristezza in questi sopralluoghi, ma la percezione dell’ordine, dell’armonia e del rispetto, del lavoro ben fatto, del piacere del bello e della volontà di sopravvivere, grazie a tutto questo, al tempo. Riuscendoci. C’è ancora modernità in quelle linee sicure e compiute che disegnano camini, architravi, mensole, aggetti, portali e volte. C’è la solennità dell’architettura, la consapevolezza che rifacendosi a regole auree, alla saggezza degli avi e rispettando il genius loci non si sbagliava.

 

Non si sbagliava l’esposizione, non si sbagliava la misura e la forma dei vani i porte e finestre, non si sbagliava il carico delle volte, non si sbagliava la misura dei conci di tufo e delle basole di pietra, non si sbagliava nell’uso del legno ancora lì intonso a dare nobiltà a infissi e arredi, non si sbagliava la quantità di luce e aria da far scorrere all’interno, irradiandosi su pareti e pavimenti, non si sbagliava a disegnare e irrigare giardini di agrumi, a scolpire la pietra per colonne e capitelli, non si sbagliava facendo dialogare con la massima naturalezza possibile l’interno con l’esterno, la vita interiore con il flusso delle ore, il progresso dei giorni, il cambio delle stagioni.

 

Spesso, nelle ristrutturazioni e nelle trasformazioni di questi organismi perfetti, non ci si accorge di tutto questo, non si coglie la bellezza e l’eleganza congenite, non ci si ferma per ore e per giorni ad ascoltare con calma tutto quello che hanno da dirci e suggerirci. E il risultato spesso è violenza, manomissione, alterazione, cecità e furore del nuovo a tutti i costi. Non si guarda con attenzione, non si perde tempo a capire cosa vale la pena mantenere e cosa sostituire utilizzando con intelligenza il progresso di materiali e tecniche. Il risultato sono strani ibridi senza identità, avvolti da materiali inappropriati, illuminati da luci inadeguate, arredati come set fotografici o allestimenti fieristici, circondati da giardini  tropicali o da lande desertificate.

 

Allora tanto vale lasciarli al loro destino, permettere che la natura si riappropri dello spazio invadendo, intrufolandosi tra le crepe degli intonaci, scardinando pietre, sollevando pavimenti, oscurando finestre, ricamando trame selvagge  di rampicanti su scale, colonne e modanature, intaccando il legno di travi, solai e persiane, stendendo su tutto il velo pietoso del tempo e del destino. Anche allora, e soprattutto allora, ci ritroveremo a pensare come Adolf Loos che lì dov’è sepolta la bellezza vive ancora, e per sempre, l’architettura.