E’ tutto un andare, tornare, ripartire. Pensare, meditare, elaborare. Acquisire certezze e perderle immediatamente dopo. Fermare gli attimi  e lasciarseli sfuggire, inesorabilmente. Cercare un punto di riferimento, andarci vicino e poi perdere di colpo l’orientamento. Non esistono bussole che bastino per la cucina olistica di Giuseppe Iannotti, quarto ospite dell’#offestival, stimolante rassegna di cuochi #off nel segno della discontinuità e del nuovo in cucina al Fud Off di Catania.

 

L’America (l’esordio, anzi il ritorno in cucina dopo una parentesi di studi in ingegneria informatica, è all’Alinea di Grant Achatz a Chicago), il ritorno a casa prima a Castelvenere e poi a Telese Terme con il suo Kresios creatura ambiziosa e ambita nonostante la perifericità, poi il Giappone, la Spagna e l’Inghilterra sono solo alcune delle tacche della febbre che sale e lo assale, dell’ansia cognitiva che lo divora spaziando dalla cucina al design, dalla cultura gastronomica all’architettura, senza soluzione di continuità, senza soste, senza perdite di tempo.

 

“Se provassi a rilassarsi” – ama dire di sé citando Murakami in Norwegian Wood –  “andrei a pezzi, e se andassi a pezzi, il vento mi spazzerebbe via.” C’è da crederci. Onnivoro di bontà e bellezza, ovunque si trovi – dalla campagna delle sue radici a Tsukjii, il più grande mercato di pesce del mondo a Tokyo – Giuseppe Iannotti non perde occasione per cercare avidamente e fagocitare mondi e volti nuovi, sapori e saperi mai provati prima, tecniche di taglio e di cottura, suggestioni e ispirazioni da far esplodere poi nella sua cucina, un laboratorio di sperimentazione e fusione di culture all’insegna del gusto tout court, del piacere e dell’esperienza esclusiva, elettrizzante e totalizzante.

Un furore creativo, il suo, che non lascia respiro, cerebrale a volte, ma sempre convincente, con esiti che sottendono sempre un’idea, un percorso, un’identità come punto di partenza per poi frantumarsi in schegge impazzite di bontà, in un caleidoscopio di sensazioni dove a predominare sono il gioco e la voglia di stupire, di divertire e divertirsi.

La cotica e la pelle di baccalà soffiate, la pizza al vapore accompagnata dal pomodoro da iniettare al momento con apposita siringa in dotazione, la cialda di pollo arrosto, i Raffaello al foie gras, i tramezzini alle rane, gli spiedini di maiale con senape e rose,  il tonno sbagliato (tuorlo d’uovo marinato, maionese di tonno e capperi), il maiale bollito e il dessert di litchi e violetta sono state le proposte estrapolate dai due percorsi degustativi del Kresios e rieditate per l’occasione, dimostrando con efficacia agli ospiti presenti come anche un individualismo dalla creatività debordante, possa – se gestito con intelligenza e sensibilità – trasformarsi in una esperienza condivisa di prossimità e comunione con le infinite potenzialità del mondo del gusto.

Difficile il confronto con tanta personalità in una cena a quattro mani, temeraria l’idea di non abbassare l’asticella ma di rilanciare con altrettanta incisività e nettezza di idee, ma di questo – anche – è fatta Valentina Chiaramonte, resident chef del Fud Off e team player di #offestival, e i risultati non sono mancati. Bella l’idea dell’unione di due crudi – gambero di nassa e manzo – nel segno della freschezza, vincente e convincente la frittura dell’ostrica, conturbante il moscardino ripieno di ‘nduja e il suo nero, decisamente border line la rischiosa combinazione delle alici con il carciofo, detox e accomodante il gelo di mandarino.

 

Indispensabili e bravi come sempre gli alchimisti del beverage chiamati in trincea – Domenico Cosentino, giocatore in casa, e il graffiante Alfio Liotta dal Belmond Grand Hotel Timeo di Taormina, rimbalzato agli onori delle cronache per il suo Etna Spritz definito da Condè Nast Traveler tra i migliori otto cocktail al mondo – moltiplicatori di piacere con pairing spesso capaci di acuire sensi e toccare corde solitamente sopite.

 

OFFESTIVAL

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