Non ingannino la barba alla Rasputin o l’apparente cipiglio da navigati della vita. A riportare tutto subito nei ranghi dell’empatia ci pensano il tatuaggio di un carciofo sul braccio di lui e una pratica bandana fermacapelli sulla testa di lei. E se questa familiarità non dovesse ancora bastare, è a tavola che bisogna giudicare. Per rimanere basiti. Perché la cucina di Francesca Barreca e Marco Baccanelli, in arte The Fooders, coppia di fatto e con le mani in pasta e ai fornelli da almeno 13 anni, fa questo effetto: imprevedibile, spiazzante, travolgente.

 

Una cucina difficile da definire, incasellare,  classificare, frutto evidente di un percorso lungo, intenso e intelligente, poco incline alle distrazioni filosofiche o alle astrazioni creative, che mira alla sostanza, a fare centro, a colpire dritto al cuore. Tiratori scelti, tupamaros del gusto, strenui difensori del fine alto e primario dell’atto del cucinare: procurare piacere. In chi lo prepara e in chi lo consuma, una sorta di transfert su cui viaggiano sentimenti, emozioni e pensieri per arrivare a sciogliere blocchi e tensioni. La tavola come risoluzione dei conflitti, quindi. Esattamente il mood che ha regnato tra i tavoli di Fud Off e impregnato teste e cuori dei partecipanti al terzo appuntamento di #offestival a Catania. Facce felici, commenti generosi, piatti meticolosamente ripuliti da impudiche scarpette. Aria di goduria, insomma. L’ennesimo tentativo riuscito, da parte di Andrea Graziano, Elisia Menduni e Valentina Chiaramonte, vari e variamente impegnati protagonisti di questo festival di controcultura gastronomica, di far uscire il mondo della ristorazione dai confini della stagnazione, dai legacci dell’autoreferenzialità, dall’afasia dei linguaggi.

 

Alla rarefazione sempre più spinta della descrizione dei piatti sul menù, ha corrisposto – inversamente proporzionale – una ricchezza di note e una pienezza di gusto che si fatica ormai a rintracciare in mezzo all’ansia del nuovo e dell’esclusivo, nel loop di una ristorazione sempre più seriale e distante dai bisogni primari del convivio. E’ così che piatti semplici, didascalici, quasi laconici nella combinazione di pochi ingredienti, sono diventati, nelle mani di questi ragazzi che hanno saputo trasformare in pochi anni la luce intima della cucina del Mazzo, il loro micro-ristorante a Centocelle – periferia est di Roma – in un faro di riferimento, icone di una cucina italiana che parte dalla cultura regionale per contaminarsi mentalmente e geograficamente e diventare contemporanea.

 

Come definire diversamente proposte come la Lingua con salsa verde e uovo sodo – che ha letteralmente spopolato tra i trenta fortunati partecipanti alla serata – che perde la sua tipica consistenza e si fa sinfonia al palato grazie a un uso strategico degli ingredienti in abbinamento? O il Pollo alla cacciatora trattato come nuggets e accompagnato da una maionese alla panna acida? O, ancora, la classica Pancia di maiale marinata ad arte con soia e zenzero? Dentro c’è tutto quello che oggi serve per esperire l’altrove rimanendo comodamente a tavola: la tecnica, il gioco, la cultura, il raccontarsi e il raccontare, la capacità di stupire, l’affermazione della supremazia del gusto sulla fragilità dei trend.

 

A premere l’acceleratore in questa direzione che è ormai un sentiero ci hanno pensato, come sempre, la resident chef Valentina Chiaramonte da una parte e gli alchimisti del beverage dall’altra. La prima calando tra un piatto e l’altro dei Fooders assi vincenti come il Ceviche di cernia e la Cotoletta di carne cruda con insalata di cedro. I secondi, tandem affiatato composto dall’infallibile Domenico Cosentino e Andrea Ndriu Marziano ospite della serata, combinando anarchie e assonanze dai nomi suggestivi ed evocativi come Blue Oyster Cult, Mandingoes, Fizz Off e C’era una vodka.

Il risultato? Standing ovation a fine serata, come nel più avvincente e convincente degli spettacoli.

 

 

OFFESTIVAL

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