lunedì, 9 gennaio 2017

Che bello leggere libri di viaggi viaggiando. Scorrere pagine mentre scorrono le immagini fuori dal finestrino di un’auto, di un bus, di un treno che attraversa  paesaggi, luci e architetture da scoprire o riscoprire. E’ così che ho deciso di affrontare la lettura dell’ultimo libro di Sara Porro. Deciso a mischiare e confondere immagini e parole, le mie immagini e le sue parole, le sue immagini e la mia curiosità di guardare sempre oltre, di cercare sempre nuove prospettive, di superare i limiti geografici per capire meglio e – in fondo – capirmi. O almeno tentare.

La stessa curiosità è la fame – non solo letterale – che spinge Sara Porro a non stare mai ferma, a organizzare nuovi viaggi sempre e ovunque, anche al bar sotto casa o appena fuori porta quando l’impellenza di conoscere, scoprire, capire attraverso tutto l’edibile e il bevibile del mondo si fa urgenza. Viaggi che prima sono indagini, poi appunti, infine scrittura. Dolorosa, a sentire lei. Già, perché ogni esperienza di viaggio è una sfida, una separazione dall’ordinario e dal consueto, è un rimettersi costantemente in gioco e misurarsi. Sfidare fusi orari, metri sul livello del mare, gusti e sapori ignoti, pregiudizi e luoghi comuni, usanze e tradizioni aliene per sentire il proprio corpo e i propri pensieri pienamente immersi nel fluire del tempo, nella diversità dello spazio, nelle coordinate geografiche dell’altrove.

Sulle pagine del suo libro scorrono – come le immagini nel mio viaggio –  squarci di vita, tensioni, partenze e ritorni, camere d’albergo e sale di ristoranti, mercati e piantagioni, domande e (non sempre) risposte, che altro non sono che voglia di ficcarsi perentoriamente nel mondo misurandosi con il suo illimitato e affascinante edibile. Dentro si mischiano senza soluzione di continuità, senza un apparente filo logico – come lei stessa elenca nelle prime pagine, in un necessario rewind per raccapezzarsi una volta per tutte sullo spropositato numero di cibi “demoliti” e bevande ingurgitate – cibo kosher e edibles alla cannabis, scampi crudi e pecore fermentate, moeche veneziane e pesci palla giapponesi, champagne Dom Perignon e Champagne biodinamici, Marsala Vecchio Samperi e liquori di mele, ostriche e birra scura e ostriche con Marmite, foie gras e miele di eucalipto, e decine di altre stramberie in una vertigine che avvince e avvolge e trascina via insieme a lei, accanto a lei, con il suo coraggio e la sua fragilità, la sua ironia e il suo eclettismo, il suo saper mischiare con perizia pubblico e privato che rende la sua scrittura unica, luminosa, empatica e tangibile. Sì, perché ti sembra sempre di stare proprio lì al suo fianco, essere il suo fortunato compagno di viaggio, provare le stesse sensazioni, assaggiare le stesse cose, schifarsi o entusiasmarsi alla stessa maniera, inebriarsi o inorridirsi con la stessa intensità, scandagliare le infinite sfumature del mondo con la stessa minuzia da entomologo.

E’ forse per questo suo raccontare sentendola sempre viva, vibrante e vicina che i suoi genitori, a cui lei dedica il libro, non le hanno mai detto: resta.

 

Sara Porro

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