domenica, 14 settembre 2014

Trecentosessantacinque spettacoli gratuiti all’anno, a cui assistere dall’alba al tramonto senza stancarsi mai. Un cielo che cambia in continuazione. Il mare. Le navi che arrivano e ripartono. Sostano in rada per giorni, settimane, talvolta mesi. Sono luci di notte. Lontane. Fanno compagnia nel nero spesso della notte. Puoi anche udirle. Muggiti prolungati nel silenzio assoluto dell’intervallo, quando lo spettacolo s’interrompe per ricominciare il giorno dopo. In mezzo, due isole. Le Cheradi. Su una pare riposi, per sempre, Choderlos De Laclos, quello delle Relazioni Pericolose. Forse è leggenda ma alimenta la suggestione. Sullo sfondo, quando c’è tramontana e il cielo è cristallo, le montagne della Calabria. Un abbraccio nitido e nero di rilievi oltre l’incendio dei tramonti. E poi, ancora, le nuvole. Corrono, si fermano, si strappano e si ricuciono. Si specchiano sull’acqua, quando è calma, e creano ombre. Si tingono di grigio, di blu, di viola, di sangue. Oppure sono di un bianco accecante sull’argento del mare.

Fai fatica a rimanere indifferente. Anche se hai fretta e sei distratto, è il profumo a rapirti. Prima ancora di alzare gli occhi e voltarti. Madido e incrostato di alghe e salsedine, un po’ nauseabondo, quando c’è favonio. O faogno, come lo chiamano qui. Zeppo di iodio e impetuoso quando tira scirocco o libeccio, quello che ti mozza il respiro per la violenza delle raffiche. Poi c’è la luce. Epica e radiosa nelle belle giornate di sole invernali. Morbida e ovattata quando il cielo è grigio e si confonde col mare e le navi sembrano sospese nel nulla. Irrequieta quando ad invadere e confondere l’azzurro arrivano le nuvole. Struggente quando arriva la quiete dopo le tempesta.

La platea da dove assisti a questi spettacoli, dove t’incanti e ti struggi, dove t’invade e ti corrode la rabbia o la nostalgia, da dove vorresti partire e non tornare mai per quanto ti fa incazzare tutto quello che a questa bellezza volta le spalle e la offende, quotidianamente, con veemenza e cecità, è il lungomare di Taranto. Alto e imperioso come prua di nave sulla imprevedibilità del mare e la sua capacità di strapparti il cuore. Lungo come una portaerei e  prospettiva infinita di lecci e palme secolari. Solitario e disabitato nei freddi e brevi pomeriggi d’inverno. Rumoroso e sudato nelle lunghe e afose notti d’estate. Violentato da decine d’incongrui e squallidi chioschetti e volgari rendez-vous per ogni buona occasione. Granitico e fiero, nonostante tutto. Un bene da tutelare. Un teatro da salvaguardare. La bellezza da cui, forse, ricominciare per salvare questa città.