mercoledì, 3 ottobre 2012

La Disneyland dei gourmet. L’ipermercato del gusto. Il paese di Bengodi. Il paradiso prima della cacciata. Il girone dei golosi. Queste e mille altre definizioni si assiepano nella mente davanti alla sagoma imponente e post-industriale del nuovo Eataly a Roma. Ma nessuna è pregnante, nessuna è calzante ed esaustiva. Faccio fatica a dare un nome e cognome, a classificare per ammansire, a definire per domare, a inquadrare per possedere. Questo cuore luminoso e pulsante nella notte romana è un magma di impressioni che ammutolisce, che dà le vertigini prima ancora di entrarci. Tutt’intorno è buio, un quartiere che prima dell’atterraggio di questa astronave era da tempo in attesa di promozione sociale. Un tassello di città condizionato per oltre un decennio dalla presenza ingombrante di un’opera pubblica completata, inaugurata e poi abbandonata, il velleitario Air Terminal realizzato in occasione dei Mondiali di Calcio del ’90 e trasformatosi nel tempo in un imbarazzante Hotel Paura: il ricettacolo dei soliti ultimi del mondo arrivati nella Capitale a tentare la fortuna. Poi è arrivato il Capitano Achab, l’irriducibile, quello che ha scommesso sul cibo di qualità, sulla filiera corta, sulla meritocrazia, sul buono, giusto e sano della filosofia Slow Food, sulla passione e sul coraggio e sull’ottimismo come motori d’impresa, e l’imponente sagoma è diventata landmark luminoso dell’ottimismo e della riscossa in tempi in cui la terra sembra sprofondarti sotto.

 

Oscar Farinetti è l’unico imprenditore italiano ad aver scommesso, sinora, tra incoscienza e calcolo, tra contingenza e lungimiranza, tra passione e spiccato spirito mercantile, sul giacimento di ricchezze enogastronomiche nazionali come moltiplicatore di cultura e di utili, come veicolo di successo e affermazione nel mondo, come germinatore di entusiasmo, dinamismo, senso di appartenenza e identità nazionale. Il nome Eataly, in questo senso, è emblematico ed esaustivo. Un geniale calembour, internazionalmente intelligibile, che  sintetizza tutte le definizioni che mi sono affannato a cercare davanti ai tornelli dell’ingresso e al quale mi arrendo con sentimento misto di ammirazione e invidia.

 

Dentro, per fugare subito cattive intenzioni, un cartello a caratteri cubitali avverte che se rubi sei un ladro e questo perentorio monito, tanto vero quanto efficace, è un ottimo deterrente perché prevenire è meglio che curare: il viaggio tra le eccellenze enogastronomiche nazionali selezionate, testate, proposte ed esposte con perizia e precisa strategia commerciale è infatti una tentazione continua alla cleptomania gourmet.

 

Dentro, olii extravergini bio, veri aceti balsamici tradizionali di Modena, paste di grano duro d’ogni forgia e trafilatura, spezie rare e condimenti arditi, cioccolata di selezionatissimi cru, fragranti grissini e sfogliatine al kamut, bottarghe di muggini sardi o tonni siciliani, ricercatissima colatura di alici di Cetara, pomodorini secchi di Pachino e capperi sottosale di Pantelleria e ogni altro ben di Dio che piccoli produttori appassionati, storiche aziende che resistono adeguandosi ai tempi e tanti, tantissimi giovani che investono nell’agroalimentare immettono sul mercato puntando sul rispetto dei prodotti e su nuove strategie di marketing, fanno bella mostra di sé su ordinatissimi scaffali rappresentando l’Italia tutta senza omissioni o ingenerose dimenticanze.

 

Dentro, oltre alla cleptomania, il rischio di altri disturbi è altissimo: si va dall’agorafobia per la vastità e l’altezza vertiginosa degli spazi agli attacchi di bulimia compulsiva per la voglia che ti prende di assaggiare tutto e non perderti nulla, un’insopprimibile ansia da carpe diem gastrico che ti fa vagare indeciso e bramoso tra i panini di Alessandro Frassica del rinomato ‘Ino da Firenze, le mozzarelle di bufala  ready-made del casertano Roberto Battaglia nomen omen perfetto per il suo coraggio di denunciare una camorra invalidante, i tradizionali fritti campani di Pasquale Torrente e suo figlio Gaetano rispettivamente del Convento e della Cuopperia di Cetara, i pani e le focacce e le pizze rigorosamente con lievito madre e farina del Molino Marino, la cucina laziale delle Osterie Romane ieri di Anna Dente dell’Osteria di San Cesario oggi di Cacciani di Frascati domani dell’Oste della Buon’ora di Grottaferrata, le piadine romagnole dei fratelli Maioli di Cervia per le quali la fila in religiosa attesa non si dirada neanche a tarda sera, le straordinarie carni piemontesi de La Granda di Sergio Capaldo, le tentazioni del pasticcere Luca Montersino che interpreta le specialità dolci regionali e last but not least, il ristorante Italia, riservato, ovattato, esclusivo, con autentici  Modigliani alle pareti e nelle redini del giovanissimo Gianluca Esposito, che inverte la gerarchia della casa madre di Torino, dove il cotè gourmet abita al piano interrato e si chiama Casa Vicina, e guadagna il panorama mozzafiato all’ultimo piano.

 

Dentro – e questa è la vera rivoluzione e anche la risposta che mi sono dato alle tante domande che, dopo un’intera giornata trascorsa ad annusare toccare assaggiare mangiare bere domandare curiosare sfogliare fotografare e collezionare emozioni e sensazioni, mi sono posto per giorni – quella merce di qualità strategicamente esibita non sta lì per saziare un sempre più diffuso voyeurismo gourmet che oggi usa spesso l’esclusività come pretesto per moltiplicare profitti, ma la puoi anche mangiare, possedendola, a prezzi accessibili ai più e in assoluta informalità, senza l’assillo e l’imbarazzo di maitre e sommelier e commessi che ti soppesano e ti giudicano, e alla fine anche comprare e portare via con la speranza, o almeno l’illusione, di replicare altrove l’esperienza di un luogo che è una dimensione altra e superiore rispetto alla consuetudine e alla mistificazione del quotidiano.

 

EATALY

Piazzale XII Ottobre 1492

Roma

www.roma.eataly.it