sabato, 25 agosto 2012

La tanto perseguita filiera corta o, come si usa dire palesandosi politically correct, il cosiddetto “chilometro zero”, se altrove è ormai garanzia di sano, buono e giusto, a Taranto, la mia città, è sinonimo di inquinamento e di morte.

Ne sanno qualcosa gli allevatori di ovini nei dintorni dell’ILVA, la fabbrica del disonore a ridosso della città, che si sono visti abbattere i loro capi devastati dalla diossina. Ne sanno qualcosa i mitilicoltori che si sono visti distruggere i loro allevamenti di cozze del primo seno di Mar Piccolo saturi di policlorobifenili, ancora in attesa del giusto sostegno per gli introiti sfumati e, soprattutto, della verità. Ne sanno qualcosa anche tutti quei tarantini che, come me, devono quotidianamente cimentarsi con la geografia per individuare sulle etichette le aree di produzione degli alimenti e scegliere, di conseguenza, le maggiori distanze, nella speranza che lì, forse, aria, acqua e terra non siano ancora state contaminate da un disastro ambientale che è ormai una roulette russa.

La madre di tutti gli inquinamenti nel Golfo di Taranto, il moloch che incombe grigio e tragico all’orizzonte come la nuvola di smog dell’omonimo racconto di Calvino, l’ILVA passata dallo Stato alla famiglia Riva con garanzia d’intoccabilità, è però, finalmente, sotto i riflettori dei media nazionali e internazionali dopo che un giudice coraggioso ha deciso che si deve mettere la parola fine a uno scempio che dura da decenni nel silenzio colpevole di tutti, nessuno escluso.

Naturalmente politici, sindacalisti e amministratori si schierano dalla parte della salvaguardia del lavoro. La città non può e non deve permettersi un fermo dell’area di produzione a caldo, prima responsabile delle emissioni incriminate, perché questo comporterebbe danni incalcolabili, si rischierebbe la paralisi dell’economia, scivoleremmo rapidamente e rovinosamente nel baratro dell’ignoto e del declino. Ecco allora il plauso governativo alle sofisticate e bizantine soluzioni indicate dal Tribunale del Riesame dopo il ricorso aziendale alle ferme e motivate ordinanze del gip Patrizia Todisco.

Cosa si deve e si potrà fare non è ancora esattamente chiaro e, come in tutte le prese di posizione pilatesche, lo spettro delle interpretazioni è ampio. Quello che è certo è che l’azienda continua ad operare attivamente, con le sue familiari emissioni che fanno da sfondo immobile e immodificabile alle nostre vite, in attesa di concordare modalità, costi e tempi delle opere di bonifica e di contenimento delle emissioni ingannevolmente promesse per anni e colpevolmente procrastinate con la complicità di chi, anziché guardare in faccia i propri figli e provare un minimo moto di responsabilità nei loro confronti, ha pensato criminosamente che sarebbe stato meglio dare loro un immediato, miserabile e finto benessere e non un futuro che li liberi dal giogo dell’assenza di opportunità di crescita professionale nella loro città che li costringe, da sempre, a una migrazione intellettuale verso realtà più dinamiche, ospitali e, infine, riconoscenti per il talento meridiano di cui si arricchiscono di conseguenza.

Già, perché se è vero che il nostro primo cittadino vede svanire con questa accomodante soluzione un futuro minacciato dall’incubo di una massiccia disoccupazione operaia, è anche vero che del prezzo più pesante che questa città paga al suo piegarsi da sempre a un colonialismo imprenditoriale depauperativo né lui, né chi l’ha preceduto, se ne sono mai curati, bendandosi gli occhi sulla emorragia costante di giovani intelletti, migrati altrove in cerca di qualità, opportunità e crescita professionale e solo parzialmente rientrati in patria, condannati a patire frustrazioni e mancanza di prospettive

Forse, anziché adagiarsi plasticamente su decisioni estranee agli interessi veri della città, dovrebbe pensare che tutta questa febbrile macchina produttiva potrebbe avere i giorni contati e che si deve incominciare a progettare un’altra città, alternativa a questo sistema imprenditoriale sordo alle vocazioni vere del territorio, da costruire su solide basi di legalità e nel rispetto di un eco-sistema che, una volta riequilibrato a caro prezzo e con fatica, dovrà essere salvaguardato come bene irrinunciabile

Forse sarebbe ora di chiedere idee, proposte e suggerimenti ai giovani, a quelli che sono andati via, che hanno girato il mondo, che si sono formati in realtà virtuose e che vorrebbero rientrare ma anche a quelli che hanno avuto l’ardire di rimanere e che col mondo sono connessi tutti i giorni nella speranza di farvi prima o poi parte. Una task force di creatività scevra da condizionamenti e pressioni che parta dalle risorse storiche e paesaggistiche della città per ripensarla da capo a piedi.

Forse sarebbe ora di far tornare la bellezza in città, ora offuscata da scelte scellerate passate e recenti che hanno fatto proliferare brutte architetture, incongrue ristrutturazioni, esercizi commerciali di dubbio gusto e dubbia necessità, inefficaci e antiestetici arredi urbani, buchi neri di abbandono e degrado, sacche di piccola illegalità incontrollata.

Forse sarebbe ora di ridare il giusto peso e la debita importanza alla parola progetto, ora ignorata in nome di provvedimenti last minute, di sistemazioni urbane senza capo né coda, di interventi palliativi per arginare comportamenti incivili e cattive abitudini contro le quali basterebbe semplicemente adottare la tanto sbraitata e mai veramente esercitata “tolleranza zero”.

Forse sarebbe ora di distruggerla questa città, per poterla ricostruire più sana, più bella e con garanzia di un futuro. Tarentum delenda est. Metaforicamente parlando, s’intende.

Una risposta a “tarentum delenda est”

  1. [...] vista nelle parole di chi la vive tutti i giorni… “La città proibita” e “tatentum delenda est” di Danilo [...]